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Caos sui tributi delle Camere di Commercio

Caos sui tributi delle Camere di Commercio

Sono i diritti annuali che le imprese pagano all’ente: c’è chi li aumenta e chi non li tocca

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FIRENZE. Il messaggio che arriva non potrebbe essere più confuso: ognuno faccia come gli pare, nonostante la riforma. Sull’aumento dei diritti annuali che le imprese devono pagare alle Camere di Commercio regna il caos più totale. C’è chi l’aumento del 20 per cento l’ha approvato. Vedi alla voce: Camera di Commercio di Lucca che il 14 novembre, nonostante i mal di pancia di Confindustria e Confartigianato, ha deciso che una maggiorazione ci doveva essere.

C’è chi invece ha deciso di soprassedere. Come gli enti camerali di Pisa, Maremma e Tirreno – che ha unito Livorno a Grosseto - e Firenze. Da loro nessuna richiesta di aumenti. Con le motivazioni più diverse. «Tanto poi arriva l’approvazione definitiva della riforma che sancisce il ridimensionamento del numero e delle funzioni», dice il presidente della Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno, Riccardo Breda. E così è stato. Mentre il presidente dell’ente pisano, Valter Tamburini, rilancia: «Meglio rimanere alla finestra a guardare. Forse potremo chiedere la maggiorazione nei primi mesi del 2017». Solo il responsabile fiorentino, Leonardo Bassilichi, fa un discorso di dignità: «Bisogna recuperare credibilità nei confronti delle imprese, gli enti camerali non possono essere più dispensatori di risorse, ma erogatori di servizi».

La discussione rimane comunque aperta: aumentare o non aumentare i diritti annuali? Di sicuro dalla fine di novembre la musica per le Camere di Commercio è cambiata. Il decreto legge 219 emanato dal governo Renzi stabilisce che il 20 per cento di aumento debba essere utilizzato per finanziare progetti strategici di promozione condivisi con Unioncamere e Regione. Ma soprattutto, da ora in poi, è il ministero dello Sviluppo economico che dà il via libera ai balzelli. Ma intanto le Camere di Commercio possono chiederli. L’indicazione del decreto è chiara: basta aumenti del tributo per distribuire soldi a pioggia a mostre e fiere di qualsiasi tipo, i progetti devono dimostrare di mettere le imprese in rete, soprattutto con quelle più grandi, devono puntare sulla digitalizzazione dei servizi e fare una promozione mirata. E l’approvazione della maggiorazione passa dal Mise.

Ora però le carte si stanno rimescolando di nuovo. Il governo Renzi è caduto. Il nuovo esecutivo si è appena insediato e dal ministero non arriva nessun segnale. Che spunti fuori per il 2017 una finestra per gli aumenti? Si chiedono dalle Camere di Commercio. Il loro obiettivo è riprendere fiato ed evitare la botta più pesante per i già magri bilanci di questi anni. I diritti camerali sono la loro principale fonte di entrata. Fino al 2014 ogni impresa pagava in media 110 euro l’anno. Poi è arrivata la normativa che ha ridotto gli importi per l’iscrizione al registro delle imprese. Nel 2015 il taglio del 35%, nel 2016 del 40%, mentre dal 1° gennaio 2017 l’importo sarà dimezzato. Il risparmio medio per ciascuna impresa: circa 55 euro l’anno, ma sarà una vera e propria batosta per gli enti camerali.

Il provvedimento, salutato con favore dagli ambienti economici e produttivi, è nato per lanciare un segnale positivo al mondo economico che in questi anni hanno dovuto fare i conti con la più grave recessione economica dal secondo dopoguerra. Ma ora alle Camere di Commercio, ridotte con la riforma da 105 a 60 unità su tutto il territorio nazionale, rimangono pochi margini di manovra per i loro progetti di sostegno alle imprese. Cosa deciderà in merito il governo Gentiloni è tutto da vedere.

Samuele Bartolini

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