Italia
Referendum, il voto in città: esulta il Movimento 5 Stelle. Pd ko e deluso riparte dal 48%
Livorno, soddisfatte le forze di sinistra (e anche di destra). Quattromila i voti di differenza a favore del No
LIVORNO. Si votava per il referendum costituzionale, è vero, ma questo voto è stato caricato di un grandissimo valore politico, come peraltro dimostra l’affluenza alle urne, più simile a una elezione politica o amministrativa che a un quesito referendario. Questa condizione generale vale anche per Livorno, dove sono andati a votare in 92.259 (pari al 73,4% degli aventi diritto) e dove però il Partito Democratico - che era praticamente da solo a sostenere il Sì e nemmeno tutto unito - ha subìto sì la delusione per la sconfitta (quando si perde, si perde: c’è poco da fare...), è stato investito dalla sconfitta maturata su scala nazionale, ma su scala locale quanto meno ha evitato una nuova pesante batosta.
A Livorno vince il no: 52,21%. Affluenza al 73,4%
La sconfitta del Pd in città ha infatti assunto - con il procedere dello scrutino delle schede - dimensioni meno pesanti, sicuramente al di sotto del risultato che si è cristallizzato a livello nazionale. Qui il Sì ha infatti ottenuto il 47,79 % dei voti (complessivamente 43.791) mentre il No, che era sostenuto da una variegata coalizione ( M5s, Buongiorno, altre forze della sinistra, Lega e i partiti di centrodestra, senza dimenticare la posizione di Anpi e Cgil), ha conquistato il 52,21% dei voti (in totale 47.837). Quattromila voti in più circa.
Come dire che a Livorno, oltre a quell’avversione al premier Matteo Renzi che ha chiaramente condizionato la tornata referendaria, sono probabilmente entrate in gioco anche delle dinamiche locali che alla fine hanno portato il No alla vittoria impedendogli però di stravincere. Dunque che cosa ci può dire questo voto, che cade praticamente a metà strada del percorso governativo del sindaco Filippo Nogarin?
Ci dice che nella ex roccaforte rossa il Pd (che non poteva contare sulla minoranza contraria a Renzi, sicuramente più forte che altrove) non è ancora guarito visto che altrove in Toscana il Sì è riuscito ad affermarsi (è il caso, per esempio, di Arezzo, di Prato, di Siena oltre che dello zoccolo duro di Firenze, ma anche di Piombino e Rosignano per stare dalle nostre parti): però può ripartire da questo 48%. Anche se la delusione è grande nel quartier generale di via Donnini, dove i vertici renziani (il segretario Lorenzo Bacci ha visto prevalere il No anche nella sua Collesalvetti per 51,4% a 48,6%) hanno dovuto ingoiare anche l’annuncio in diretta in tv delle dimissioni del premier e si interroga su quello che da oggi sarà il futuro del partito).
E ci dice anche che a Livorno quella che è stata definita la “grande accozzaglia” ha centrato il suo obiettivo ma non ha sfondato. Segno che i due anni e mezzo di mandato amministrativo cominciano comunque a pesare nel giudizio sul Movimento 5 Stelle, che pure in città ha fatto sentire con forza il suo sostegno al No chiamando uno dei suoi testimonial di maggior prestigio, Alessandro Di Battista. Ci dice che il peso specifico della sinistra, da Buongiorno in là, è ancora da valutare con maggior precisione e lo stesso discorso vale dalla parte opposta, cioè per la Lega e per le altre forze del centrodestra.
Insomma, se si prende per buona l’indicazione politica di questo referendum, il quadro che emerge in chiave locale è piuttosto complesso. Il Pd resta sempre il primo partito cittadino ma deve mettersi in testa, una volta per tutte, che non è autosufficiente: deve aprirsi di più alla società, deve stringere alleanze programmatiche, deve tirare su una nuova classe dirigente. Altrimenti continuerà a restare all’angolo in qualsiasi sfida in cui tutti tenderanno a unirsi contro.
Il M5S, a sua volta, deve capire una volta per tutte che governa la città in virtù dell’esito di un ballottaggio che ha visto tutto il fronte anti-Pd coalizzarsi e ha in dote un consenso elettorale che, per la propria lista, è misurabile fra il 19% (primo turno 2014) e il 22% (regionali 2015). Dunque, questo comporterà uno sforzo maggiore nella seconda metà del mandato: la rivoluzione annunciata nel giugno 2014 non si è ancora vista e l’attesa comincia forse a trasformarsi un po’ in delusione. Ma nella notte prevale l’entusiasmo per il successo nel referendum e al ristorante Doc, dove si sono dati appuntamento Filippo Nogarin e gli altri sostenitori pentastellati, i commenti esultati di Di Maio e Di Battista sono dolci come il miele.
L’esito del duello premier contro tutti segnala anche il protagonismo della galassia plurale di soggettività dello schieramento anti-Renzi. A Roma il presidente del Consiglio si è dimesso e vedremo che piega prenderà la situazione nelle dinamiche parlamentari. Ma c’è anche un risvolto locale: dice che sul ring c’è un affollarsi di soggetti.
Sono i più differenti possibile: ciascuno con propri disegni e strategie, ciascuno con proprie ambizioni, blocchi sociali di riferimento, culture politiche, ambizioni personali. Da questo magma è emerso in campo nazionale nel voto politico del 2013 il ciclone del Movimento Cinque Stelle (che al debutto totalizzò il 27%) e, un anno più tardi, in sede locale, la novità di Buongiorno Livorno (che al primo voto arrivò al 16%).
È il segno che il quadro politico si è messo tutto quanto in movimento, e qui da noi forse ancor più che altrove: lo dice il modo travolgente con cui, di voto in voto, si muove l’elettorato. Con la pancia, con la rabbia: ma senza più dar niente per scontato.
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