UNA SOLA JEEP PER I CONTROLLI E L’ASL ASPETTA UOMINI E SOLDI
Nella capitale mondiale del marmo si continua a morire in modo orrendo sul lavoro; lutti che si susseguono a ritmi sconvolgenti, quello di ieri è il terzo in cava dopo i due dell’aprile scorso, e a maggio un altro lavoratore del piano era rimasto schiacciato sotto le lastre.
Qualche numero. Solo a Carrara ci sono oltre 80 cave attive, il giro d’affari annuo è di almeno 5-600 milioni di euro solo per il commercio del prodotto di maggior pregio (un milione circa di tonnellate in blocchi di marmo, poi ci sono quattro milioni di tonnellate in detriti, in tutto l’equivalente di una piramide di Cheope che ogni anno sparisce dalle Apuane ed è portata a valle solo nel versante carrarese). Un business enorme, ma con regole in gran parte settecentesche, e metodi di lavoro che si sono nei secoli velocizzati in modo esponenziale ma senza una adeguata risposta in prevenzione, in termini di uomini e mezzi, da parte di chi è preposto a controllare ritmi, piani di escavazione, autorizzazioni all’estrazione.
Il Comune di Carrara introita complessivamente una quindicina di milioni di euro l’anno in tasse e affini dal settore lapideo (oltre la metà, più o meno, va però nei mutui per pagare la strada dei marmi, l’arteria che dal piano porta nel cuore dei bacini estrattivi), ma l’ufficio marmo, potenziato con due persone nei mesi scorsi sulla scorta delle vittime di aprile, è a dir poco sotto organico (dieci addetti) e, per girare un’area montana e impervia di alcuni chilometri quadrati, dispone di una sola jeep.
E in ogni caso, il Comune non rilascia concessioni regolari (ve ne sono in realtà una manciata), ma solo autorizzazioni temporanee (per la cava in cui è accaduto l’ennesimo incidente, l’ultima è del 5 ottobre scorso), perché se da un lato nel ’95 la Corte Costituzionale aveva stabilito il superamento delle antiche Leggi Estensi, dall’altro, la stessa Consulta, qualche settimana fa ha ribadito che per cancellare i cosiddetti beni estimati, cioé porzioni di cave tuttora considerate private sulla base di un editto del 1751 (!), serve un intervento dello Stato. La Regione aveva infatti provato, d’intesa con il Comune, a forzare la mano, inserendo nell’ultima legge sul settore la norma per cui tutte le cave erano pubbliche, ma il governo si è opposto e tutto è fermo, in attesa che il Parlamento (quando?) riprenda in mano la questione.
Risultato: solo 27 cave sono completamente comunali e teoricamente “concessionabili” in toto (il che significa che, se non rispetti le regole, le concessioni possono essere revocate); sulle altre, con porzioni più o meno grandi private, vi sono dubbi di interpretazione su come procedere. E il regolamento comunale che dovrebbe normare il tutto è ancora “in itinere”. Nel frattempo, della task force che, sul “modello Prato” (dopo il tremendo rogo mortale alla Teresa Moda, la giunta Rossi ha messo in piedi una serie di controlli a tappeto con grande spiegamento di forze), la Regione aveva annunciato che avrebbe inviato di rinforzo all’Asl apuana, l’ente preposto propriamente alla prevenzione e ai controlli in loco, sono arrivati i primi dieci addetti, che hanno seguito corsi di formazione; altri venti ne arriveranno, otto milioni di euro sono già stati stanziati. Insomma, la strada è intrapresa per permettere all’Asl di essere più presente in cava, e ricominciare anche quell’opera di persuasione nei confronti dei lavoratori, a rispettare sempre le misure di precauzione e prevenzione. Perché il marmo non perdona. Basta un attimo, il blocco può avere un difetto come nel caso di “Mauron” Giannetti, e non c’è scampo. Il messaggio che arriva dall’ennesima tragedia è forte: tutti, datori di lavoro, dipendenti, enti addetti ai controlli devono davvero cambiare passo. In ballo c’è la vita.
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