Italia
Offese al vice questore assolto Andrea Caracciolo
L’attaccante del Brescia era imputato per oltraggio a pubblico ufficiale durante il match tra Livorno e Brescia valevole per i playoff del 2013
LIVORNO. Andrea Caracciolo, 35 anni professione bomber, è entrato nell’aula della corte d’Assise del tribunale di Livorno alle 9 con la faccia di chi deve affrontare una partita decisiva. Se n’è andato due ore più tardi con l’espressione di chi ha vinto segnando una tripletta e si porta a casa pure il pallone: assolto dal giudice dall’accusa di oltraggio a pubblico ufficiale perché il fatto non costituisce reato.
Al centro del processo quello che è avvenuto la sera del 26 maggio 2013 allo stadio Armando Picchi: gara di ritorno della semifinale playoff di serie B tra Livorno e Brescia.
Nei minuti finali (risultato 1-1 come all’andata) alle rondinelle serve una rete per accedere alla finale che vale la serie A. Ma nonostante gli sforzi, nemmeno l’ultimo disperato tentativo del portiere Arcari, sceso fino all’aria avversaria per segnare, si tramuta nel gol qualificazione.
Così quando l’arbitro Marco di Bello della sezione di Brindisi fischia la fine, in pochi all’Ardenza si accorgono di quello che avviene a bordo campo, a pochi passi dal sottopoasso che dà accesso al tunnel degli spogliatoi. Troppo impegnati a festeggiare l’accesso alla finale contro l’Empoli per accorgersi che l’Airone Caracciolo calcia il pallone con rabbia e colpisce un volontario della Misericordia.
Uno scatto d’ira che avrebbe dato origine al comportamento «penalmente rilevante» che hanno poi ricostruito gli inquirenti. Sì perché il gesto di stizza non sfuggì all’allora vice-questore Paolo Rossi, ora a Prato, pure lui a bordo campo in quel momento. Il dirigente vista la scena sarebbe intervenuto suggerendo all’attaccante di evitare comportamenti distanti dal farplay. E Caracciolo avrebbe perso la testa offendendo più volte il pubblico uffficiale. È da qui che è nato il procedimento penale.
In tutto il procedimento che si è concluso in tre udienze, l’avvocato del calciatore Carlo Beltrani ha sempre ripetuto la medesima tesi: il mio cliente ha risposto in quel modo perché non sapeva che davanti a sé c’era un agente di polizia. E il dibattimento gli ha dato ragione, tanto che anche il pubblico ministero nella requisitoria ha chiesto l’assoluzione per il giocatore. «Non vi è dubbio che l’imputato - ha spiegato - abbia inveito proferendo quelle parole. Il discrimine è se il dottor Rossi si sia identificato. Allo stato dei fatti, il processo non ha dimostrato che il pubblico ufficiale si sia identificato».
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