Il presidio
Acquapark, città dello sport o museo
Architetti, progettisti e appassionati tra idee di rilancio e bocciature
LIVORNO. Cosa fare di questo paradiso sul mare di Ardenza? Se ne parla da anni, ma le chiacchiere non hanno prodotto nulla: tutto fermo, anzi si sta peggiorando. Basta pensare alla fine dell'albergo Atleti. Per di più si è acuita la crisi dell'ippodromo, un garbuglio da cui nessuno pare capace di cavare le gambe. Tanto che c'è chi comincia a temere che per il Caprilli sia giunta l'ora del de profundis. Speriamo di no, naturalmente, però i guai degli ippodromi non sono un'esclusiva di Livorno e il settore naviga in acque sempre più agitate.
In sostanza si propongono due scenari: valorizzare le aree intorno all'impianto ippico confidando nella ripresa delle corse o addirittura ridisegnare le funzioni dell'intero territorio se il Caprilli dovesse davvero chiudere. In questo caso ci sarebbe da gestire una svolta storica per il lungomare livornese, da reinventare puntando su attività che offrano possibilità di lavoro e di reddito all'interno di un bene ambientale unico di cui va tutelata l'integrità e che deve essere aperto a diverse forme di uso pubblico, oggi negate sia per chiusure ultradecennali (Ceschina) sia per l'abbandono recente (l'ippodromo). Purtroppo da qualche anno su questa partita è sceso un totale black out. Assurdamente, perché i guai del Caprilli avrebbero dovuto spingere a una svolta che potrebbe essere assicurata anche dal progetto cittadella dello sport che ogni tanto - soprattutto in relazione alle vicende Livorno calcio-Spinelli-stadio - emerge dal dimenticatoio in cui è relegato da una decina di anni. E' un progetto molto ampio, da La Rosa a viale Italia, che però non è mai decollato, ma sembra sia stato recepito (con modifiche?) anche dalla nuova giunta. In realtà nessuno pare averne notizie precise. E alla domanda "quale sarà il futuro di questo pezzo di città?" lì per lì le risposte sono incerte. Manca un confronto di idee. Il Comune tace. I tecnici dell'Osservatorio per le trasformazioni urbane ammettono di non averne mai discusso, il Consiglio dell'Ordine degli architetti idem. Ma parlando con vari interlocutori si scopre che una posizione comune c'è: dare nuove funzioni alla costa ardenzina perché sia usata pienamente stringendo accordi con operatori privati per non gravare sulle finanze municipali.
I semplici cittadini esercitano la loro fantasia: un grande imprenditore potrebbe costruire un acquapark, o un centro benessere con albergo, piscine, impianti sportivi, talassoterapia, o un parco giochi. Naturalmente pagando al Comune un sostanzioso affitto o realizzando e cedendo opere per altri scopi di pubblica utilità. Comunque si potrebbero creare decine di posti di lavoro.
Gli architetti hanno idee un po' diverse e abbastanza convergenti, ma neanche pronunciano le parole "cittadella dello sport": pare che tutti abbiano dimenticato questo vecchio piano. Francesco Tomassi, veterano dei progettisti, dice che la zona è «un polmone verde da mantenere a servizi per la città realizzando qualcosa che non gravi sul Comune per la gestione e che quindi si autofinanzi. L'area è bellissima: ci vuole un'idea appetibile per un privato, anche un albergo basso, tra il verde, di qualità...».
Sergio Bini, consigliere dell'Ordine, è critico: «Non ne parla nessuno? Purtroppo in questa città si è ucciso lo stimolo al dibattito. Anche noi architetti siamo rassegnati, demotivati: qui un confronto serio non c'è perché gli interventi vengono sempre fatti dai soliti noti». E sull'ippodromo e dintorni? «Se chiudesse il Caprilli si tratterebbe di abbandonare la storia del Novecento livornese. E di non aprire la strada a speculazioni: si faccia un parco pubblico con servizi sportivi, un polmone verde per i bambini e famiglie, un'area organizzata e riprogettata anche con percorsi fitness, giochi, servizi per gli studenti, un Museo del mare. Potrebbe essere il più grande parco della città». E l'acquapark? «E' impattante». Piscine? «Ci sarebbe molto da discutere, di violenze qui ne sono state fatte anche troppe».
Di Museo del mare e della marineria parla anche l'architetto Roberto Idà, che inserisce questa struttura in un grande parco a tema acquatico o con giochi, spazi per sport emergenti, equitazione e base di partenza-arrivo di una ippovia. Idà si appassiona soprattutto pensando al Museo, che potrebbe utilizzare strutture già esistenti e avrebbe di fronte l'Accademia e l'apertura al mare. Un Museo marinaro che immagina il più possibile interattivo e pronto a soddisfare la curiosità dei visitatori.
Idà sottolinea che l' ippodromo richiede interventi urgentissimi: «A volte mi chiedo: ma i livornesi vogliono davvero bene alla loro città? Abbiamo un patrimonio pubblico enorme e di valore, basta pensare a Villa Maurogordato o a quella di Monterotondo, e non lo sfruttiamo!».
Idà insiste: «I progetti vanno redatti seguendo il disciplinare Ue, non come finora ha fatto l'Italia prendendo il 5% dei finanziamenti che le spetterebbero. Ma in ogni caso i soldi europei non basterebbero e sarebbe necessario un intervento convenzionato con imprenditori che realizzino a loro spese parte delle opere, alcune per cederle al Comune, altre per gestirle con un ritorno economico». L'avvocato Ruggero Morelli, per anni animatore del Forum Rotonda (di Ardenza), riassume: «Qui potrebbe nascere un piccolo Bois de Boulogne, con un bel progetto pubblico/privato che realizzi strutture di livello che il Comune non ce la fa né a costruire né a far funzionare e mantenere». A Livorno una esperienza di questo tipo l'abbiamo: l'Acquario è stato dato in gestione a una società del gruppo armatoriale Costa, che controlla Acquario e Musei a Genova e anche l'Aquafan di Riccione e l'Italia in miniatura di Rimini. E' questa la strada? O la chiave di tutto sarà il nuovo stadio?
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