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Quando con Franca dribblava la scorta e girava per la città
Dalle passeggiate in via Ricasoli alla prima del Goldoni Gli incontri coi lavoratori ex Cmf e le visite al cantiere
LIVORNO. «Lasciai Livorno nel 1951, quindi, praticamente quasi mezzo secolo fa. Però, a Livorno, come sapete, sono rimasto sempre legato; sono venuto qui periodicamente. Mi sento livornese e ringrazio Livorno perché, spero, di essere stato capace di mantenere del carattere dei livornesi quelle che considero cose fondamentali: una schiettezza e generosità d'animo, quella che chiamo l'autenticità dei livornesi. Forse avrò perso un po' dell'accento livornese, un po' della cadenza livornese. Certo, non dico più “il vostro caro e terribile deh'”, però, è rimasto questo mio sentimento, profondamente livornese, cioè un approccio diretto verso il prossimo: parlare con il prossimo guardandolo negli occhi». 23 giugno 1999, Carlo Azeglio Ciampi è presidente della Repubblica da appena quaranta giorni e sceglie Livorno, la sua Livorno, per la prima tappa di quello che alla fine del settennato chiamerà il "viaggio in Italia".
Quella giornata d'inizio estate, cominciata al cimitero della Misericordia con un omaggio privatissimo ai genitori e al fratello Giuseppe, scomparso l'anno prima, proseguita in prefettura, culminata con un bagno di folla nella camminata verso il municipio attraverso un corridoio umano formato da migliaia di livornesi, e conclusa a sera con un incontro con gli operai dell'ex Cmf, sarà in qualche modo anticipatrice e rivelatrice del "punto debole" del presidente, un felice outing del suo orgoglio per le origini, di una fiera livornesità intesa come «forza d'animo che è propria dei livornesi», come «passione civile che i livornesi mettono in tutte le loro cose, a volte, anche esagerando, una carica talora eccessiva, ma che è la forza di questa città».
E' una dichiarazione d'amore che nessuno s'aspetta dalla stessa mano dell'uomo super partes che per anni ha firmato le banconote degli italiani, che per la sua autorevole terzietà è divenuto primo presidente del consiglio post tangentopoli, che da ministro (dei governi Prodi e D'Alema) ha risanato il bilancio del Paese consentendo all'Italia l'entrata nell'euro.
E invece da quel momento Livorno accompagnerà costantemente il presidente nel suo settennato. E non solo perché Ciampi tornerà in città altre otto volte, ma anche perché citerà Livorno in tanti suoi discorsi in Italia e all'estero, parlando a Rabat durante una visita di Stato all'Accademia Reale del Marocco nel 2002 o incontrando a Gerusalemme il presidente d'Israele Weizmann nel 1999 fino a dichiarare pubblicamente il suo sentimento nel discorso agli italiani di fine anno del 2000: «Non c'è contraddizione alcuna fra amore della propria città e regione, amor di patria, amore d'Europa. Io amo, insieme, la mia Livorno, la Toscana, l'Italia, l'Europa».
E raramente l’amore tra un uomo e una città fu così contraccambiato se è vero che il 3 e il 4 maggio 2006, alla scadenza del suo settennato, a migliaia incontrandolo nei suoi spostamenti o aspettandolo sotto il municipio gli chiesero di accettare un incarico bis "perché questo Paese ha bisogno di Ciampi".
Quella due giorni convulsa per la politica italiana, terminata col ritorno in aereo a Roma e con l'ufficializzazione dell'indisponibilità al rinnovo del mandato, diventò forse la giornata in cui più di sempre Ciampi parlò ai livornesi da livornese, sebbene fossero saltati tutti quei piacevoli rituali a cui il presidente aveva abituato la città, dalla passeggiata sul lungomare con la moglie Franca alla visita in corso Amedeo al negozio di famiglia. Ma se la politica romana in quelle giornate d'inizio di maggio era in fibrillazione per designare il futuro inquilino del Quirinale, Ciampi non poteva rinunciare alle celebrazioni del 400° anniversario dell'elevazione di Livorno al titolo di città. E venne.
DAL NUOVO SCALO MOROSINI A PORTA A MARE. L'ultima visita livornese del presidente inizia il pomeriggio di mercoledì 3 maggio quando la Maserati Pininfarina verde fa il suo ingresso nel cantiere Azimut-Benetti: dietro ai vetri blindati Ciampi saluta i suoi concittadini, poi trascorre quasi un'ora all'interno dello stabilimento. Proprio davanti a quei bacini, otto anni prima - era il 1998 - da ministro dell'economia aveva tagliato il nastro alla nuova vita dello scalo Morosini, gloriosa illusione dell'avventura cooperativistica del cantiere Orlando. Adesso il Morosini non c'è più: l'area si è trasformata, l'esperienza della cooperativa è naufragata, è iniziata l'operazione Porta a Mare, che Ciampi ha seguito costantemente da Roma e di cui si è più volte definito padre. «Ho molta fiducia in questo progetto che ha visto la riconversione del cantiere, che punta a dare al porto anche una dimensione turistica nella parte medicea, generando nuove occasioni di commercio a vantaggio dell'intera città e in particolare del vecchio centro, da Colonnella al Voltone, valorizzando il nostro magnifico lungomare da Piazza Orlando all'Antignano e oltre», dice il presidente toccando un tema che oggi, altri dieci anni dopo, è ancora attualissimo.
CAFFE’ MACCHIATO E MIELE IN VIA BONAMICI. Come ogni volta durante le sue visite in città, anche quella sera, il presidente alloggia con l'insperabile moglie Franca in via Bonamici, civico numero 14, ospite di Tamara, la vedova del fratello Giuseppe. Lei cede alla coppia la camera matrimoniale e va a dormire in cameretta. La mattina prepara a Carlo Azeglio caffè macchiato, fette biscottate e miele. Anche questo ormai è un rito, che con la semplice narrazione della cognata Tamara riesce a trasmettere tutta l'umanità di un presidente che gli italiani, come i livornesi, sentivano loro. «Povero Carlo Azeglio - racconta alla fine di quell'ultima visita Tamara Ciampi - sono stati due giorni d'inferno. Di primo mattino sono cominciate ad arrivare telefonate da Roma. Non ha avuto il tempo di godersi la sua città questa volta».
«SONO SEMPRE STATO UNO DI VOI». La mattina del 4 maggio tremila studenti attendono Ciampi in piazza del municipio. Sventolando le bandierine tricolori e ritmando il suo nome, gli urlano "non ci lasciare". «Resterò uno di voi», risponde lui quasi a scusarsi di non poter raccogliere la preghiera di rimanere al Quirinale, mentre fa il giro della piazza a stringere le mani. Poi sale le scale di palazzo civico e saluta ancora. Il maxischermo montato su un lato della piazza amplifica il boato della folla. In una sala consiliare gremita, Ciampi inizia il suo discorso, il più livornese dei suoi discorsi livornesi, mentre in sala e in piazza cala il silenzio. «Cari concittadini, abbiamo la fama di essere impulsivi, che non facciamo certo prevalere i pregiudizi sul cuore. Anzi il cuore, lo sappiamo, è la nostra forza. E quando il cuore si unisce alla testa, ecco che abbiamo i livornesi capaci di costruire e di rendere Livorno la città che è: positiva, aperta, generosa. Sono sempre stato e sempre sarò uno di voi, caratterizzato da quella schiettezza e concretezza nell'affrontare le vicende della vita - dalle più piccole alle più importanti - che hanno reso proverbiale il nostro carattere. Con il suo spirito, franco e generoso, che la contraddistingue, Livorno ha davanti a sé un futuro pieno di opportunità. Ponetevi sempre nuovi traguardi, credendo in ciò che fate, dimostrando tenacia e determinazione nel realizzarli. Mettendoci, come dico sempre, l'anima. E l'anima, ai livornesi, non manca».
Corrono i brividi sulla pelle di chi ascolta, in una sorta di orgoglio collettivo e identitario tutto e soltanto livornese. Carlo Azeglio sembra uno di famiglia, è allo stesso tempo padre, fratello maggiore, nonno, zio. Uno di loro, di noi, di chi è lì e di chi non c'è ma l'ascolterà più tardi in tv o semplicemente lo leggerà sul giornale.
TRA BADALONI E LUCARELLI. Prima di tornare a Roma e ufficializzare la rinuncia alla permanenza al Quirinale, c'è tempo per intitolare una sala della biblioteca di villa Fabbricotti al grande amico della gioventù Nicola Badaloni, ex sindaco di Livorno scomparso poco più di un anno prima. E anche per fare due battute con chi lo ferma mentre si avvia verso l'auto presidenziale sulla squadra amaranto, verso cui Ciampi negli anni da presidente, non ha mai nascosto il proprio amore, ricordando più volte le partite sui gradoni di villa Chayes a fianco del padre. «Lucarelli? Ma non vedete che è lui che se ne vuole andare», risponde come se ogni giorno avesse una rassegna stampa speciale dedicata agli amaranto, a chi gli chiede che ne pensa del centravanti.
ALLA BARCAROLA PER LA FESTA A ZIA MILLA. Tra la prima e l'ultima volta a Livorno nelle vesti di capo dello stato, Ciampi era tornato in città in tante altre occasioni. Per visite lampo, come quando il 5 dicembre del 1999 partecipò al giuramento degli allievi della prima classe dei corsi normali dell'Accademia navale o come quando il 27 marzo 2000 sulla nave San Giusto accolse il rientro dei paracadutisti della Folgore da Timor Est per l'operazione di pace "Stabilise". Oppure per visite privatissime, come il 7 aprile 2001, 90º compleanno della zia Milla Oprandi Ciampi, quando si presentò a sorpresa al grande pranzo con 150 invitati organizzato alla Barcarola. E ancora il 2 novembre 2002, ricorrenza dei morti.
A PASSEGGIO IN SEGRETO DALLA TERRAZZA A SAN JACOPO. Nessuno lo sa e invece Ciampi quel giorno è in città. E' venuto per portare un mazzo di fiori sulla tomba del fratello Giuseppe. Lo notano a mezzogiorno, sul viale Italia. E la gente si stupisce: ma quel signore con il loden blu che passeggia con la moglie al braccio, come altre centinaia di coppie quella mattina, è Ciampi? Sì è lui. Il presidente si è fatto lasciare alla Terrazza Mascagni ed è arrivato al piazzale davanti alla chiesa di San Jacopo passeggiando con la signora Franca, dopo esser stato al cimitero della Misericordia.
LA FORMAZIONE DEL LIVORNO A MEMORIA. Il 15 febbraio 2002 invece è una giornata particolare. Il presidente inizia la sua visita al santuario di Montenero e poi raggiunge il palazzo dei portuali dove si tiene il convegno su Regioni, enti locali e Europa e dove vengono consegnati i riconoscimenti ai grandi livornesi, Toaff, Badaloni e Diaz. Il porto e le autostrade del mare saranno il grande tema del tour presidenziale e proseguiranno con un convegno che si terrà nel pomeriggio alla stazione marittima, ma il cuore di quella giornata come raccontiamo a parte è la visita di Ciampi alla sede del nostro giornale dove il presidente incontra il presidente del Gruppo Editoriale l'Espresso, Carlo Caracciolo, i vertici del giornale, la redazione e il personale tecnico e amministrativo. Tra i tanti ricordi, Ciampi svela forse per la prima volta il suo cuore amaranto e una passione che si scopre radicata negli anni della gioventù. «Che squadra quella allenata da Fiorentini! Fu una fortuna vederla all'opera...», s'infervora il presidente quando il collega Sandro Lulli gli propone un confronto tra il primato del Livorno di quell'anno e quello del leggendario Livorno del 1942-43. «Sa, era una squadra amata in tutta Italia. E temuta dagli squadroni. Io feci a tempo a vedere qualche partita, perché quell'anno ero già militare. Sottotenente a Udine, poco prima di essere spedito in Albania. Però seguivo le imprese degli amaranto dai giornali». Nessuno se l'aspetta e invece d'un tratto Ciampi snocciola la formazione di quel Livorno nome per nome. Si ricorda Presidente? Stua, Raccis... Lui sta al gioco: «Ricordo sì. Assirelli, Zidarich. Ricordo Piana e anche Del Bianco. Li ricordo tutti. Ricordo anche come finì. Ci andò male, all'ultima giornata perché non bastò superare 3-1 il Milan. Valentino Mazzola a Bari dette il pari al Torino e lo scudetto andò sulle maglie granata, invece di quelle amaranto».
L’INNO DI MAMELI AL GOLDONI. Passano meno di due anni e il presidente torna. Stavolta arriva in treno. E' il 24 gennaio 2004. Un altro giorno magico, per Livorno. Ciampi passeggia sul lungomare, dove migliaia di persone l'attendono per salutarlo, visita l'acquario in fase di ristrutturazione, la sera tiene a battesimo il rinnovato teatro Goldoni, dove fa uno dei suoi soliti strappi al cerimoniale e prende la parola dopo aver attraversato al fianco del sindaco Gianfranco Lamberti - legatissimo a Ciampi - tutta la platea tra applausi scroscianti. «Come avrei potuto non parlare nella mia amata Livorno?», quasi si giustifica. Poi invita il teatro a cantare l'inno d'Italia che precede un'emozionante Cavalleria Rusticana. «Non è solo l'inno dell'Italia repubblicana - dice - E' l'inno del nostro Risorgimento. Il Goldoni fu aperto nel 1847 nel pieno della maturazione, dell'esplosione degli ideali dell'unità d'Italia. Fu aperto alla vigilia della guerra di Indipendenza. Ricordate, livornesi, i vostri uomini illustri di quell'epoca: i Guerrazzi, i Niccolini e tanti altri che erano al tempo stesso uomini di pensiero e di azione».
A SPASSO IN VIA RICASOLI E LA SCORTA VA IN TILT. L'aria di casa deve mancare tanto al presidente se è vero che riesce a ritagliarsi un altro viaggio in città appena pochi mesi dopo. E tanto per cambiare, la sua visita non è solo cerimoniale e rappresentanza, ma una parentesi di vita quotidiana, quasi una ricerca di normalità da scavare in un settennato che non lascia spazi fuori delle istituzioni. Il calendario segna il 18 e 19 settembre, anno domini 2004. L'occasione è il ritorno in serie A del Livorno dopo più di mezzo secolo. Il capo dello Stato arriva che è sabato pomeriggio, passa un'ora nell'abitazione di via Bonamici poi si fa portare in piazza Magenta, scende dall'auto e si incammina per via Ernesto Rossi, via Magenta, via delle Bandierine per poi tuffarsi in via Ricasoli, all'ora del passeggio. E' il caos, gli uomini della scorta costretti a un improbabile slalom, preparati a questo perché il presidente quando torna a casa vuole essere trattato come il signor Ciampi. La gente lo saluta, applaude. Il giorno dopo il presidente si presenta al Picchi per la sfida col Chievo. In tribuna d'onore esulta Ciampi, come un tifoso qualunque, si alza in piedi e agita le braccia al gol di Protti. Applaude e saluta tutti, gioisce e soffre. Scuote la testa e si stizzisce quando il Chievo segna i gol del pareggio e della vittoria. "Ci rifaremo", dice lasciando lo stadio. E tanto per cambiare non sbaglia previsione, perché quell'anno il Livorno, il suo Livorno terminerà all'ottavo posto una stagione indimenticabile quasi come il settennato che inorgoglirà per sempre la storia di questa città.
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