Il Tirreno

Livorno

splendore e declino

Le scuderie vendono i cavalli e se ne vanno: capolinea ippodromo Caprilli tra letame e furti

di Giulio Corsi
Le scuderie vendono i cavalli e se ne vanno: capolinea ippodromo Caprilli tra letame e furti

Livorno, il nostro viaggio là dove i cavalli hanno corso per 120 anni. Con noi anche la Asl sul posto per un bliz-sopralluogo

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LIVORNO. Ieri mattina il responsabile dell’unità veterinaria dell’Asl, Gianfranco Giannardi, si è presentato all’ippodromo Caprilli insieme alla collega Sandra Nannipieri. «Siamo qui per verificare il benessere degli animali», hanno detto, dopo aver varcato i tornelli aperti e incustoditi di via dei Pensieri, all’unica persona che si sono trovati davanti, Giovanni Gambino, stalliere della scuderia Giorgio Cordon.

Il loro viaggio in quello che per 120 anni è stato un simulacro dell’ippica e anche dell’equitazione italiana e che oggi è un tempio abbandonato nel tratto più bello del nostro lungomare, è durato poco più di un’ora. E almeno da un punto di vista è finito con una buona notizia: gli animali stanno bene.

«Non avevamo dubbi - dice Giannardi -. I proprietari sono capaci di non mangiare pur di non far mancare niente ai cavalli». Non è un’iperbole. «Non riscuotiamo da gennaio - racconta un artiere della scuderia Picchi - dormiamo in alloggi senza luce da cinque mesi, illuminati solo da candele. Ma ai cavalli diamo tutto quello di cui hanno bisogno».

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E’ un miracolo che non potrà durare a lungo. Il destino del Caprilli e di tutto ciò che rappresentava sembra segnato. Fabrizio Ferramosca fino a poco tempo fa aveva 22 cavalli. Ora ne ha 11. «Ne ho venduti la metà», racconta. «La chiusura dell’ippodromo è stata una rovina. Sto rimettendo 4000 euro al mese, ho dato via i cavalli per continuare a pagare gli stipendi e tenere con me tutti i dipendenti. Corriamo a Merano, a Napoli, a Grosseto, ma posso resistere altri due, tre mesi. Poi mollerò anch’io. Leggo che salterà anche la stagione invernale: sarà l’errore fatale, perché Livorno d’inverno raccoglie giocate più degli altri ippodromi. Le piccole scuderie hanno già venduto gli animali e licenziato tutti. Anche oggi se n’è andato un altro cavallo».

C’è un indotto, c’era un indotto, che spesso nelle discussioni politiche sul destino della Labronica è stato ignorato. «Dove compriamo la paglia, ora ne avanzano tonnellate», dice Ferramosca.

«Qua alloggiavano 50 persone fisse tra allenatori, artieri, fantini - racconta Marco Gavassi, gestore del bar interno, di fronte alle stalle -. C’era il via vai dei dipendenti, degli operai, centinai di persone che ruotavano intorno alle corse. Con gli incassi riuscivo a mandare avanti la famiglia. Tutto finito, questo è un posto morto, il Comune l’ha ucciso. Dal 14 marzo non abbiamo la luce. Mi chiedo se è possibile nel 2016 che un impianto di questo tipo, di proprietà pubblica, dove vivono decine di cavalli, possa restare senza corrente elettrica nel silenzio attonito della città».

L’acqua invece c’è, come constatano anche i veterinari dell’Asl. «E’ quella potabile - sottolinea Gavassi -. Capito? Abbeveriamo e laviamo i cavalli con l’acqua potabile. Chi la paga non si sa. E’ l’ennesima contraddizione di questa storia, la conferma che la proprietà della struttura, cioè l’amministrazione comunale, se ne frega di cosa accade qui dentro».

I cavalli, i 39 rimasti, sono gli unici che stanno bene dentro al Caprilli. «E pensare che ancora pochi anni fa venivamo qua e facevamo i test a 150 animali», ricorda la dottoressa Nannipieri.

Tutto intorno il quadro è desolante. L’orologio sembra essersi fermato al 26 dicembre 2015, ore 18, premio “Inverno”. Nessun nome poteva essere più azzeccato per segnare il calar del sipario su uno degli ippodromi più belli e importanti d’Italia. Ma il tempo ha continuato a correre e il Caprilli in questi sette mesi - anzi negli ultimi quattro, da quando anche Livorno Galoppo ha lasciato la struttura - è diventato un luogo che fu, un pezzo di città abbandonato a se stesso, un ricordo di notti magiche d’esate, luci, gelati, primi baci, scommesse, cadute, vittorie e vincite, le casacche colorate dei fantini al tondino, i bimbi affascinati dalle criniere sudate. Fotografie ingiallite che raccontano che questo posto non era solo scommesse, ma era un mondo, luogo di ritrovo e di confronto di una comunità. Tutto passato.

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Cinque montagne di letame stanno crescendo giorno dopo giorno davanti alle stalle. «Bisogna provvedere subito», ammoniscono i veterinari dell’Asl agli stallieri.  «Non si può andare avanti in queste condizioni, o si risolve o qui si chiude tutto», commenta a bassa voce, con tono perentorio, la dottoressa Nannipieri parlando col collega.

«Prima ci pensava la società che gestiva la struttura - si difende Ferramosca -. Ora dobbiamo farlo da soli. Negli ultimi mesi mi sono pagato il trasporto, ma la ditta specializzata di Reggio Emilia che viene a ritirarlo adesso vuole avere carichi pieni e allora o ci mettiamo d’accordo tra proprietari o ognuno accumula il suo e qui lo schifo aumenta».

In pista l’erba è alta e secca. Un cavallo galoppa a passo lento. «Ma gli allenamenti si fanno sulla sabbia, di là è impraticabile», commenta Gambino. Il prato interno invece è diventato una savana, per attraversarlo servono gli stivali.

Le tribune, che un anno fa erano affollate per la Coppa del Mare, il gran clou della stagione livornese, e che fino a due anni fa a ferragosto celebravano il Criterium, sono invase di piante, cresciute ovunque, alcune ad altezza uomo, sull’asfalto, tra le piastrelle, davanti agli sportelli chiusi del totalizzatore.

«Vedi quel casottino lì?», dice Gavassi, indicando una baracca affacciata sulla pista. «Fino a l’altro ieri c’erano i panni stesi. Ci dormiva un senzatetto. Un altro l’abbiamo trovato nelle stalle dell’isolamento, dove un tempo stavano i cavalli prima delle tris». Ormai anche quelle sono impraticabili, nascoste in una foresta. «Qualcuno è venuto di notte e ha portato via i cavi elettrici - aggiunge il barista dell’ippodromo -. D’altra parte avete visto che non esistono controlli e i cancelli si aprono con una spinta. Qui chiunque può entrare e far quel che vuole. Il giorno che sarà venduto anche l’ultimo cavallo, diventerà terra di nessuno».

Sullo sfondo l’hotel Atleti, diroccato e abbandonato, con le finestre murate proprio davanti alla pista, completa la cartolina di quello che era il salotto estivo dei livornesi, rappresentato perfettamente dallo storico slogan “le corse tra il verde e il mare”. Le corse non ci sono più, il verde e il mare, per fortuna, non potrà essere il fallimento della Labronica a toglierli alla città. Anche se di fatto non sono più a disposizione dei livornesi. L’ultima notizia è che il Comune ha riottenuto dal curatore la disponibilità dell’impianto e che ripartirà l’ennesima trattativa con Alfea e Livorno Galoppo. Chissà se in dirittura arriverà una vittoria della città. Una cosa è certa: al picchetto la quota sarebbe alta.

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