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Ciao Abdul Il dio del basket che scese tra noi
Dall’Nba a Livorno, portò la Libertas nell’elite Le cene con i tifosi e quel talento inarrivabile
di GIORGIO BILLERI
Qualcuno ha stoppato Abdul Qadir Jeelani. Quel difensore senza pietà che tratta tutti allo stesso modo, superstar e brocchi. La «Mano di Maometto» se n’è andata senza clamori, nella notte, in un anonimo ospedale di un’anonima cittadina dell’Illinois, Wheaton. Il ferro del destino ha respinto l’ultimo pallone di Abdul, che lottava da sette anni contro un tumore alla prostata. Ci ha provato fino all’ultimo, con il suo sorriso e la sua voglia di vivere, due pietre angolari sulle quali ha edificato la sua esistenza. Ma il dolce rumore della retina, quel ciuff di cui era diventato uno dei profeti, stavolta nessuno l’ha sentito.
A migliaia di chilometri di distanza, nella «sua» Livorno, in un istante si è spento per sempre il faro più abbagliante della storia del basket cittadino. Tutti sapevano: Abdul era la triste ombra del diamante raccolto dalla famiglia Boris nel caveau della Nba ed esposto per cinque anni agli occhi incantati della pallacanestro italiana. Abdul era malato, piegato da una vita sbagliata, un micidiale mix di malasorte, di vizi e di errori. L’alcol, qualcuno dice la droga, gli anni durissimi, la grande e strapagata vedette che diventa homeless, uno dei milioni di senza casa nell’America senza cuore. Storia purtroppo comune a tanti assi dello sport che non hanno saputo gestire la propria grandezza e soprattutto non hanno saputo rassegnarsi alle luci che si spengono, al sipario che cala, agli spettatori che non applaudono più.
Abdul Qadir Jeelani è stato come un elettroshock per lo sport di questa città, ma non solo: ha incarnato l’età dell’oro dei canestri e di una comunità che, dimenticato un calcio troppo triste in quegli anni (la prima metà degli anni Ottanta) si era innamorata della palla a spicchi e quindi divisa in due, in una contrapposizione assoluta, Libertas e Pallacanestro Livorno: colori, passione, perfino ceti sociali diversi. Fu la Libertas di patron Gilberto Boris, che aveva ritrovato l’A2, a pescare l’idea giusta: Abdul, da poco convertito all’Islam (era nato a Racine come Gary Cole nel 1954) aveva appena terminato la sua seconda stagione Nba nei Dallas Mavericks appena fondati, passando alla storia per aver segnato i primi punti ufficiali della nuova franchigia. Pepite sparse del suo talento le avevano già viste a Roma, tre anni prima, quando aveva speso una stagione nella Stella Azzurra Lazio. Ma quello che a 27 anni sbarcò a Livorno, forte di un quadriennale da 750.000 dollari (uno sproposito, a quei tempi, per la nostra pallacanestro), era un atleta fatto e finito, la crisalide diventata farfalla. Si narra che in quelle appiccicose sere d’estate, quando Internet e tv satellitari erano materia per racconti di fantascienza, nei ritrovi dei cestofili, la Baracchina Rossa in particolare, ci si abbracciò in mezzo alla strada dopo la telefonava che sanciva l’arrivo dell’alieno tra i mortali. Delirio Libertas, preoccupata ironia della parte avversa che già si stava rassegnando al sorpasso.
Sì, perchè uno come Jeelani non si era mai visto, a Livorno e forse in Italia. Venivamo da un basket ruspante, fisico, con interpreti bravi tecnicamente ma che raramente sapevano accoppiare la purezza del gesto all’atletismo che ti abbaglia. Abdul era un Julius Erving non altissimo (due metri, recitano gli almanacchi) ma dal compasso infinito di gambe e dai piedi supersonici, che gli permettevano di danzare come un colibrì in mezzo a difese di statici marcantoni, e quasi sempre di andare a colpire con semplici layup o con tiri dalla media ad altissima percentuale. Uno dei primi giocatori totali, quelli che si chiamavano alla around: troppo veloci per essere marcati dai lunghi, troppo atletici per i piccoli. Un rebus irrisolvibile per le difese altrui, una delizia per la gente del Palallende. Diventò subito l’idolo della città, sotto sotto anche della parte che lo avversava. Oltre 20 punti di media, rimbalzi, carisma. La difesa no, quella la lasciava agli altri come la costanza negli allenamenti, difetto che faceva andare su tutte le furie il povero coach Cardaioli. Abdul viveva a Tirrenia con la moglie Amina e il primogenito Azim, che oggi ha 40 anni (ha avuto poi altri due figli). I tifosi facevano a gara ad invitarlo a cena: se avevi ospitato Abdul avevi svoltato nella considerazione della comunità dei canestri. Lui, docilmente, accontentava tutti perchè un re è tale se riesce a condividere con tutti la propria grandezza.
Intanto la Libertas cresceva: Jeelani trovò un complemento perfetto in Rudi Hackett (il papà di Daniel, attuale play della nazionale), tanto funambolico e dotato l’uno quanto disciplinato e ligio al dovere l’altro. Arrivò il quarto posto, la promozione in A1 e l’emozione dei playoff scudetto, Abdul guidava la pattuglia dei Giroldi, Muti, Fantozzi. Sono gli anni d’oro, il basket è un affare anche per Livorno città: arrivano sponsor (la birra Peroni), attenzione dei media, soldi. Dal sottoscala della pallacanestro all’ìattico dove da anni regnano Milano, Varese, Bologna e Cantù. Tre stagioni al massimo, poi, come ogni storia, arriva il crepuscolo. Nel 1984-85 la Libertas torna in A2 e ad Abdul iniziano a mancaree gli stimoli, le emozioni. Alla fine il club non gli rinnova il contratto, oneroso, e lui va a guadagnare gli ultimi spiccoli in Spagna, al Baskonia, due anni non indimenticabili. La vita continua, la Libertas nel 1989 annusa lo scudetto ma sono tanti, troppi i tifosi vedovi-Abdul, inconsolabili. Come lui nessuno mai, nonostante i campioni che sono sbarcati dopo.
Il resto è vita. Una vita non bella, purtroppo. Trova un posto da impiegato, poi qualcosa si rompe. La sofferenza fisica, il tumore alla prostrata, tre interventi chirurgici, la cura, l’addio ai soldi e alla casa. Una parabola discendente che tanti amici in Italia non vogliono, non possono accettare. Un volontario livornese che lavora negli Usa lo trova per caso, nel 2011, e grazie al tam tam dcei social l’Italia del basket si mobilita per lui, al contrario del rutilante mondo Nba che lo scarica. Nel gennaio 2011 arriva in Italia, invitato dalla Lazio, poi torna a Livorno anche grazie al lavoro di un altro fuoriclasse del basket che non c’è più, il nostro compianto collega Renzo Marmugi. Viene a trovarci anche al giornale, il sorriso è sempre il suo su un fisico appesantitot e minato dalla malattia. Gli occhi brillano, qui Abdul ritrova una casa checredeva di avere perduto. Gli offrirono un lavoro di allenatore delle giovanili a Roma, lui ringraziò ma tornò a casa. Sperando, un giorno di tornare. Non ce l’ha fatta, il destino ha stoppato la Mano di Maometto. E Livorno tutta, chi lo idolatrava e chi lo offendeva, da ieri è più povera.
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