Prezzi giù, vendite boom Il mattone torna a ballare
Mercato in ripresa ma, in tandem con la maggior facilità di mutui a tassi bassi, a trainarlo è il calo delle pretese dei venditori: vogliono concretizzare a ogni costo
LIVORNO. C’era una volta il “regno del mattone”: l’idea che lo sviluppo economico di una città potesse edificarsi o quantomeno puntellarsi su piastrelle e cemento, infissi e arredobagno. Come dire: bastava un buon uso della matita del Prg e il gioco era fatto. Non è più così: e tuttavia se le statistiche ufficiali dell’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle Entrate poi lo confermeranno, c’è da segnalare che arrivano indizi in grado di far sperare che la ripresa delle compravendite riscontrata lo scorso anno, con una formidabile impennata nel corso degli utlimi mesi (figurarsi che in autunno l’incremento sforò il 41%). Ad esempio, il dossier di un portale specializzato come Borsinonet, nei propri indicatori ad aggiornamento trimestrale, indica per Livorno città un incremento delle compravendite nell’ordine del 27,6% su base annua. A fronte però di un calo del 5%, sempre su riferimento annuo, dei prezzi di richiesta.
Quanto basta per farne un caso. Secondo questa “fotografia” statistica che mescola dati di mercato reali e indicazioni dell’Osservatorio Omi del fisco, siamo fra i primi 12 capoluoghi di provincia (sugli oltre cento presenti in Italia) per incremento del numero di atti. Certo, Pisa è un caso a sé perché viene accreditata di una impennata al di sopra del 60% ma in nessun’altra città toscana si riscontra qualcosa di paragonabile. E paradossalmente, siccome l’incremento è in buona parte al Sud, nella metà centrosettentrionale della penisola ci sorpassano – a parte Pisa – solo Rieti, L’Aquila, Macerata, Lodi, Bolzano, Ancona e Rovigo. Anche se va detto che, nella graduatoria rispetto alle dimensioni di ciascuna città, scendiamo un po’ più in basso: Pisa resta inchiodata al primo posto assoluto, Livorno risulta al 21° (con 4,86 vendite ogni mille abitanti).
Al tempo stesso, qualcosa deve pur dire il fatto che finiamo addirittura all’ottavo posto – sempre facendo riferimento al centinaio di città capoluogo di provincia del Bel Paese – per flessione dei prezzi di richiesta: meno 5,2%, dice la rilevazione del portale. E questo significa: veniamo da una “bolla” di prezzi assurdi e ingiustificati?
C’è però anche un’altra eventualità, che però varrebbe come il segno di quant’è fragile questo ritorno alle compravendite. Senza girarci troppo intorno: si vende (più che altrove) perché si abbassano i prezzi di richiesta (ben più che altrove). Se a questo aggiungiamo l’ulteriore diminuzione che si ha dal prezzo richiesto a quello della compravendita effettiva, non si va molto lontano dal vero se si immagina che a questo punto è spesso il compratore a fare il prezzo. Tradotto: chissà se l’incremento delle compravendite è la spia di un incremento della possibilità di fare mutui a tassi mai visti prima (e con una qualche disponibilità in più da parte degli istituti di credito ad allargare i cordoni della borsa) o se invece, al contrario, stiamo assistendo a un più o meno disperato tentativo di trasformare in liquidità le proprietà immobiliari da parte di chi ha imparato a caro prezzo che investire nel mattone non è come tenere i soldi sul conto e riprenderseli al primo stormir di fronde. Non solo: dietro le quinte c’è tutta la grande questione del progressivo smobilizzo del risparmio – non di rado patrimonializzato in case – accumulato dalle generazioni precedenti, che finora è stata la vera “cassa integrazione” redditi per una città che foirse non ha ancora visto il volto peggiore di questa crisi che sembra senza fine.
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