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Tra buio e sporco dentro la “favela” affacciata sul mare
Dopo l’irruzione in municipio degli occupanti autobotti e generatori hanno riportato acqua e luce
LIVORNO. I bambini giocano con un piatto di plastica, lo usano come frisbee nel piazzale dell’ex deposito dell’Atl e si divertono così, con poco. Una signora, affacciata al primo piano dei vecchi uffici, li controlla, ma a volte il suo sguardo si perde nel vuoto. Alcuni camminano con la testa bassa e le mani in tasca, altri allargano le braccia ogni trenta secondi, altri ancora passano ore nelle stanze trasformate in camere da letto. C’è chi si rilassa scambiando qualche battuta con persone conosciute da poco, chi controlla attentamente il cancello di via Meyer, chi esce e fa un giro in bicicletta o a piedi. Un ragazzo, con la polo del Livorno e i pantaloni usurati, concede un mezzo sorriso beffardo. «Qui, fino a una decina di giorni fa, si stava benissimo, poi l’amministrazione comunale ha staccato sia l’acqua che la luce...». Ed è scoppiato il caos, che ha portato all’irruzione in Comune nella serata di martedì.
La situazione d’emergenza alla fine ha spinto il sindaco Filippo Nogarin a chiedere l’intervento della Protezione civile per fornire acqua (attraverso le autobotti) e corrente elettrica (solo per alcune ore del giorno, dalle 18 alle 1), migliorando così le condizioni di vita, che erano diventate difficilissime soprattutto dal punto di vista igienico.
FAVELA SUL MARE. Sono 60 le persone che, dallo scorso 25 aprile, vivono nell’ex deposito dell’Atl: circa 25 famiglie, con 14 bambini, senza casa e senza lavoro. Di questi, due sono livornesi, mentre tutti gli altri sono stranieri. Qui, nella vecchia sede dell’Atl di proprietà del Comune, dove l’amministrazione aveva annunciato di voler creare un parcheggio con 200 posti entro inizio giugno (ma il progetto è slittato), a pochi passi dal lungomare, dalle baracchine, dalle giostre illuminate, va in scena il dramma di quella fetta invisibile di città che non ha un tetto sotto cui dormire. Una favela nel cuore di Livorno e dell’estate livornese, nascosta solo dal muraglione dell’ex deposito bus.
A prima vista, varcato il cancello, sembra un angolo di estrema periferia, ma basta poco per capire che le condizioni sono decisamente peggiori. Le finestre rotte, i panni stesi sui fili attaccato a vecchi cartelli stradali per gli autobus arrugginiti. E poi lo sporco, ovunque, e l’odore, insopportabile che esce da bagni peggio di latrine: l’acqua è gialla, gli escrementi sono lì, accumulati da giorni e il puzzo è irrespirabile a distanza di metri. Colpa della totale mancanza di acqua negli ultimi dieci giorni, servizio che è stato ripristinato in via d’emergenza- anche se non proprio come prima - nelle ultime ore. «Prima era tutto pulito - raccontano alcuni degli occupanti - ma la situazione è precipitata. Questa era un posto vivibile, adesso è un luogo dell’orrore». L’acqua, fredda e non potabile, è tornata solo grazie a un’autobotte, posizionata nel piazzale. «Almeno possiamo lavarci, cucinare qualcosina e pulire i bagni con i secchi...».
Nelle prossime ore è stato annunciato che verranno installati dieci bagni chimici (uno è già stato portato dentro la struttura, ma non si può ancora usare). E la luce? Solo dalle 18 alle 1, attraverso un generatore di corrente che permette anche l’accensione di alcuni faretti, anche questi portati dalla Protezione civile Svs. Una specie di coprifuoco. «Ma se attacchiamo un frigorifero, salta tutto», spiegano alcuni, che poi lanciano l’allarme: «Di notte siamo costretti a usare le candele, con tutti i pericoli che comportano vista la presenza di tanti bambini».
LE IMMAGINI. Dormono nella palazzina che ospitava gli uffici, questi 60 disperati: alcuni per terra, altri su materassi usati, recuperati chissà dove. Tutti in mezzo alla confusione e allo sporco, tra vestiti tirati sulle mensole e scatolette per fermare la fame. Al pianterreno ci sono 9 stanze-camere, al primo qualcuna in più. I corridoi sono bui di giorno, figurarsi di notte senza luce... E c’è una sola cucina per tutti. «Siamo in Italia da tantissimi anni e la nostra situazione è degenerata dopo aver perso il lavoro. Stiamo occupando abusivamente? Lo sappiamo bene, ma soffriamo da tanto, troppo tempo: niente soldi, niente case popolari, niente vestiti. Cosa dobbiamo fare?», si chiedono due uomini, mentre i loro figli continuano a giocare con quel piatto di plastica ormai distrutto e i loro sorrisi, le loro grida si perdono nell’aria confondendosi idealmente con quelli dei bambini che di là dal muro si godono l’inizio delle vacanze tra villa Mimbelli, la Terrazza e i bagni già affollati.
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