Il Tirreno

Livorno

«Dalle crisi si esce soltanto con capitali e timonieri»

di Mauro Zucchelli
«Dalle crisi si esce soltanto con capitali e timonieri»

Lo storico dell’economia non è ottimista («ma non è un problema solo di Livorno») Il porto è forse l’unica possibilità, serve una iniezione di risorse pubbliche

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LIVORNO. Il prof. Giancarlo Falco, docente di storia dell'economia all’università di Pisa, ha appena chiuso un faldone della biblioteca della Camera di Commercio: si era “tuffato” in una ricerca d’archivio sulla crisi economica che ha squassato Livorno a fine Ottocento. «Ha innescato una esplosione, che ha portato a un ricambio di gruppi dirigenti. Con una particolarità: investivano su progetti che potevano essere incastrati gli uni negli altri, rafforzandosi a vicenda». Non lo dice ma forse c’è qualche punto di contatto con quel che accade oggi con i livornesi che vedono la loro economia in serie C ben prima che il portiere Pinsoglio combinasse quel patatrac.

Nel calcio in serie C siamo ruzzolati adesso, nell’economia la retrocessione è cominciata tanti, tanti anni fa. Ma Livorno ha un modello di sviluppo? Lo aveva?

«Un modello unitario presupporrebbe un sistema in cui le attività economiche si incastrano le une nelle altre: mica dico le stesse cose, anche molto lontane ma finiscono per creare la base di una economia capace di sostenersi. Magari modificandosi nel tempo: in una economia tardo-ottocentesca o nel primo Novecento il peso dell'elemento locale è assolutamente determinante, nella fase successiva vale semmai soprattutto per i distretti industriali. Ma Livorno non lo è: e la struttura industriale, piuttosto articolata, è cambiata in modo impressionante nel corso del tempo».

Stiamo perdendo la metalmeccanica, che era il cuore dell'apparato industriale labronico…

«Ha avuto un colpo decisivo dalla ristrutturazione derivante dalle scelte produttive a cui è stata costretta la Fiat, punto di riferimento fondamentale per quel tipo di passaggio fra fine anni '70 e anni '90. La rottura fra General Motors e Fiat ha messo in moto una sequenza di eventi che hanno fortemente limitato la struttura produttiva che attorno al sistema Fiat si era creata a Livorno».

C'è stato un periodo in cui c'era una grossa presenza Fiat: poi è crollata.

«Questa è la riprova di cosa si rischia quando si puntano troppe carte su un ventaglio limitato di settori. Ho l'impressione che, dopo la costruzione del sistema della componentistica auto negli anni '70-80, non si sia più verificata nessun altro tipo di esperienza analoga con la costruzione di un settore compatto».

Si può avere qui una “Ferrari degli yacht” come Azimut, eppure ancora non ramifica un indotto diffuso…

«E' una azienda sicuramente di punta che però sembra acquisire soprattutto da fuori dell'ambito locale le forniture più significative. O mi sbaglio?».

La tradizione del Cantiere faceva crescere una leva di operai specializzati che, grazie al loro saper fare, si sono messi in proprio: da qui è nata la Carpensalda, da qui le Officine San Marco. Ora il know how non c'è più…

«Bisognerebbe vedere perché: se sono un mago per le testate dei motori e mi mettono a fare il saldatore forse mi porto dietro poco di quel che sapevo fare prima, e magari bene.Credo semmai che si apra un altro tipo di ragionamento: c'è una scarsa (o relativamente scarsa) capacità di fare investimenti di carattere produttivo, non c'è un chiaro sentiero di gruppi imprenditoriali sufficientemente forti da reggere gli eventuali incerti dei passaggi preparatori».

Tradotto: manca una progettualità strategica.

«Non emerge nessun tipo di strategia che sia in qualche modo suggerita da chi ha le forze per reggere sulla medio-lunga distanza. E lo dico da storico, non guardando agli ultimi mesi o all’ultimo anno».

E' il criterio del "purchessia". Va bene qualunque cosa faccia girare l'economia: a caccia dell'investitore-salvatore. Ma il caso Rossignolo non ha insegnato nulla?

«Rossignolo è stato un personaggio abile tanto a mettere in gioco poche risorse proprie quanto a intercettare quelle altrui. Si aggiunga però che ha fatto le spese del sistema Fiat: in nome del proprio progetto orientato ai suv e ai crossover di lusso, non voleva fra i piedi un concorrente sull'uscio di casa. E a Rossignolo è scappato di mano lo stabilimento di Grugliasco, che per lui era senz'altro più importante del pezzo di lavoro che avrebbe decentrato all'ex Delphi».

Ma a parte Rossignolo…

«Manca un gruppo o un complesso di gruppi che siano in grado di concepire il futuro per Livorno…».

Lo dica senza nascondersi dietro le parole...

«Significa mettere in campo risorse, fare investimenti. Il porto mi pare l’unico campo di attività che possa attirare mobilitazione di risorse. Con molta incertezza sì, ma con qualche prospettiva che sul medio-lungo termine possiamo ritenere garantita: non è da buttar via lo scenario di un forte flusso di merci in entrata e un flusso, probabilmente più modesto, in export, con navi che possono aver bisogno di manutenzioni e tutta una serie di operazioni che possono dar origine a un indotto…».

È la scommessa della maxi-Darsena messa in pista dal governatore Rossi…

«Lo ripeto, non facciamoci chissà quali illusioni. Non possiamo diventare Genova, ma nemmeno Tangeri o Valencia. Però in una dimensione ben calibrata, come diceva il prof. Bologna tempo fa, qualcosa si può riuscire a cavare».

Mettendo però sul tavolo più di 800 milioni di euro: in cambio di qualche centinaia di posti di lavoro.

«Ma almeno è una prospettiva. Altrimenti cosa? Lo confesso, non sono molto ottimista. E parlo del sistema Italia: la piccola impresa non ce la fa a gestire la trasformazione, la grande si eclissa».

Ironizza qualcuno: invece che spenderli e avere un basso ritorno occupazionale, si potrebbe dare un milione a testa a ciascun disoccupato. Al posto di investimenti a così alta intensità di capitale, meglio puntare su qualcosa ad alta intensità di lavoro…

«Un bar o una piccola bottega commerciale sono certo a maggior intensità di lavoro: servono minori capitali per creare un posto di lavoro. Mamoltiplicare bar e rivendite di pane basta a dare ossigeno a una città? E poi il porto, anzi il Mediterraneo ci potrebbe aprire una porta...».

In che senso?

«Livorno ha il primato nelle “autostrade del mare”, potrebbe essere un passo avanti agli altri se l’evoluzione della sponda sud del Mediterraneo prendesse una certa piega. Sarebbe al posto giusto. Ma anche il momento dev’essere quello giusto: finora invece no, le cose stanno marciando in direzione opposta».

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