L'editoriale - Il processo italiano senza fine
L'ultima polemica sulla prescrizione è l'ennesimo pretesto per agitare gli animi sulla riforma della giustizia. Sarebbe più opportuno lavorare per ridurre i tempi dei processi prima che alla procrastinazione delle sentenze
Quando vuole alimentare la contrapposizione fra schieramenti la politica italiana va sul sicuro. Punta o sui diritti civili o sulla giustizia. Avendo Matteo Renzi risolto a modo suo la questione delle unioni civili, anche fra persone dello stesso sesso, non resta che il refrain della riforma del sistema giudiziario, partendo da quel che già si sta tentando di rabberciare nelle commissioni parlamentari, ovvero il codice di procedura penale. Ogni tentativo di migliorare la giustizia, o semplicemente di farla funzionare, fallisce miseramente a ogni legislatura perché il portato simbolico di natura politica che ciascuno schieramento vuole evidenziare è superiore alle più elementari necessità pratiche. E un certo corporativismo della magistratura - cui il comportamento spregiudicato di tanta politica, offre quotidianamente sostentamento - non rende certo più facile il lavoro.
Ci hanno pensato un paio di senatori, Casson e Cucca, ad agitare di nuovo la scena con un emendamento alla riforma del codice penale che va oltre il testo approvato nel 2014 dal Governo e poi modificato dalla Camera. Suo tramite si allungano i tempi della prescrizione, nel tentativo di congelarla dopo la sentenza di primo grado. Si vorrebbe che la prescrizione decorresse dal momento in cui la magistratura viene a conoscenza del fatto e non dal momento in cui il fatto viene compiuto. Si può discutere di due aspetti della questione. Il primo è se la prescrizione sia o no il male assoluto. Io non lo credo. I tempi per la giustizia di perseguire il reo devono essere certi. Dilatarli all’infinito per ogni tipo di reato pone il cittadino in una palese condizione di sofferenza e di subordinazione al potere giudiziario. Non ci mancano ogni giorno notizie di sentenze che giungono a distanza di troppi anni dai fatti. Per alcuni reati molto gravi è opportuno che si ragioni su una prescrizione più lunga oppure su nessuna prescrizione, ma il principio in sè non può essere considerato inapplicabile davanti all’inerzia del potere giudiziario.
E qui scaturisce il secondo aspetto. Non sarebbe più opportuno che si lavorasse per ridurre i tempi dei processi prima che alla procrastinazione delle sentenze? La lista delle necessità è talmente nota e conosciuta che non è il caso di riproporla qui tutta per intero. Basta rammentare quel che ci capita di vedere ogni mattina nelle aule di giustizia: tribunali spesso mal organizzati, con poco personale amministrativo, orari inconciliabili con le esigenze dei cittadini. Inoltre, un corpo di leggi e di fattispecie di reato che non trova paragoni. Sterminato. I nostri tribunali sono intasati da cause per reati bagatellari che si trascinano per anni. Spesso si dice che è una delle conseguenze dell’obbligatorietà dell’azione penale esercitata dai pubblici ministeri e si usa questo argomento per rilanciare sia l’abolizione dell’obbligatorietà sia la divisione delle carriere fra toghe impegnate a indagare e toghe chiamate a giudicare. Infine, si conclude con la richiesta della riforma del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno dei giudici. Si tratta di aspetti di sicuro interesse e di non facile composizione. Soprattutto, divisivi e molto, molto politici. La grande rivoluzione che servirebbe alla giustizia italiana potrebbe cominciare dai tribunali prima che dalle stanze del Parlamento.
Infine, l’emendamento a sorpresa della coppia Casson-Cucca, esemplifica la spaccatura che permane nel Pd e che adesso, finita la guerra sulle unioni civili, cerca nuovi spazi per mettere in difficoltà il governo con l’obiettivo di invadere la campagna elettorale per il referendum confermativo sulla riforma costituzionale. E della giustizia si riparlerà solo alla prossima polemica.
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