Il Tirreno

Livorno

Miraggio rifiuti 0 metà differenziata nell’inceneritore

di Giulio Corsi

I dati reali smontano anche la tesi del calo dei costi Aamps paga 700mila euro per liberarsi dell’organico

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LIVORNO. Sostengono gli abitanti della Venezia che non sia ancora chiaro dopo tre anni di sperimentazione se i più entusiasti della raccolta porta a porta siano i topi o i gabbiani. Nonostante questo, il quartiere più antico di Livorno, il primo da cui sono spariti i cassonetti e in cui i residenti sono stati dotati di bidoncini da incastrare in cucina o sul terrazzo di casa, rappresenta il fiore all'occhiello della differenziata, almeno come numeri: tra piazza del Luogo Pio e via Borra si sfiora l'80% rispetto al 46% che si registra in tutta la città. Roba da popoli del nord emancipato in una Livorno ancora zoppicante, se si pensa che l'obiettivo per il 2020 indicato ad ogni Comune dalla Regione è il 70%.

Ma le cifre spesso non dicono tutto. E così basta un giro, una mattina qualunque, lungo i fossi per scoprire che la virtuosità dei numeri fa a cazzotti con l'igiene e il decoro dei quartieri e la quotidianità di chi li abita.

RISVEGLIO TRA LA SPAZZATURA. Martedì 26 aprile, ore 10, scali delle Ancore, davanti all’omonimo ristorante: barattoli, scatole di uova, bottiglie di plastica sono sparse sul pavé accanto ai bidoncini ancora da svuotare e ai sacchi da ritirare. Sono i resti di un festino notturno di gabbiani e topi che da queste parti, narrano i residenti, se la spassano.

La conferma arriva al di là del ponte, sugli scali Rosciano: da un sacchetto celeste vagante sulla strada spuntano bottiglie, fazzoletti e una buccia d'arancio. Chi l'ha riempito non deve aver capito bene come si fa la differenziata, in compenso qualche animale ha pensato di trovarci il suo buono-pasto quotidiano e ci s'è tuffato (rimanendo fregato): il sacco è sventrato da morsi o beccate e i rifiuti sono sparsi tutto intorno. Il tour continua, in mezzo a qualche turista che gira spaesato, e le foto si sprecano: in viale Caprera ancora bottigliette e cartacce, cartoni sparsi sul camminamento, mentre due montagne di spazzatura sbucano davanti a due ristoranti nascoste alla meglio dai vasi delle piante,in attesa del camioncino Aamps.

Dentro i cortili, dove ci sono i bidoni condominiali, la situazione non è migliore: un po’ la cattiva abitudine dei residenti di buttar via la spazzatura tutti i giorni non rispettando il calendario di raccolta (tre volte a settimana l’organico, due la plastica, la carta e il vetro, una l’indifferenziato), un po’ qualche dimenticanza da parte degli spazzini, e il risultato è fatto: sacchi di immondizia dietro i cancelli dei palazzi, come nei giorni caldi dello sciopero degli spazzini.

PORTA A PORTA OVUNQUE ENTRO UN ANNO. Rivedremo le stesse immagini negli altri quartieri con l’estensione del porta a porta a tutta la città entro il 2017? E’ il timore, che in tante lettere arrivate al Tirreno, hanno espresso i residenti di Colline - dove la rivoluzione ha debuttato questa settimana - e quelli di Antignano e Banditella, dove partirà il 6 giugno. Un timore, a cui fa da contraltare una teoria che è una speranza improbabile: più riciclo uguale più ricavi, ma anche meno costi e dunque meno tasse sulla spazzatura.

IL MANTRA DEI RIFIUTI ZERO. La parola magica in questa formula ideal-ambientalista è quella dei rifiuti-zero ed è il mantra a cui il sindaco Nogarin ha chiesto al nuovo cda di Aamps di ispirarsi per stilare il piano industriale, le cui linee guida dovevano essere presentate stamani (ma l’assemblea dei soci è stata disdetta in extremis). L’equazione “rifiuti-zero” e “meno-costi per le casse pubbliche e per i cittadini” ha avuto l’imprimatur addirittura dalla Corte dei Conti ligure, che nel 2013, con una sentenza che fece scalpore, condannò due ex sindaci di Recco e un funzionario a risarcire il Comune per non aver raggiunto la percentuale di differenziata stabilita dalla legge, creando - a detta del giudice - un maggior onere economico alle casse pubbliche per smaltire i rifiuti in discarica.

MA QUASI METÀ DIFFERENZIATA VIENE BRUCIATA. La consecutio tuttavia non è così lineare e le cifre rischiano di trarre in inganno se non si scruta che cosa c’è dietro. Perché l’80% di differenziata che viene fatta in Venezia non corrisponde all’80% di riciclo e ad un solo 20% di rifiuti destinati all’inceneritore. Il primo punto è proprio questo. Lo racconta bene un dato nazionale pubblicato due giorni fa da Corepla (il consorzio nazionale per raccolta, riciclaggio e recupero degli imballaggi) e Legambiente: nel 2015 sono state raccolte 900mila tonnellate di imballaggi in plastica, di cui 540mila avviate a riciclo. Il che significa: 1) che la raccolta differenziata non equivale al riciclo. 2) che 360mila tonnellate, dopo essere state raccolte in modo differenziato con i relativi costi, sono tornate negli inceneritori.

E L’ALTRA META’ CREA ALTRI RIFIUTI. Non finisce qui: le 540mila tonnellate di plastica rimaste, per essere riciclate, hanno dovuto attraversare un processo industriale dal quale sono stati creati altri rifiuti destinati all’incenerimento: 450 grammi al kg, anche qui quasi la metà. E’ un po’ lo stesso processo della carta: i numeri in questo caso dicono che ogni chilo di carta riciclata produce mezzo chilo tra fanghi e pulper, che sono smistati tra le discariche del sud e gli inceneritori del nord.

1750 TONNELLATE DI CARTA NELL’INCENERITORE. Sono 59mila le tonnellate di carta raccolte ogni anno in Toscana dalla differenziata, di queste Aamps ne fa 5800. Nel 2015 l’inceneritore dell’azienda livornese ha bruciato 1750 tonnellate di sovvalli non riciclabili di quella carta raccolta. C’è stato quindi un primo 30% di scarto nel processo di selezione, a cui si sono aggiunti poi i rifiuti del processo di riciclo: altre 1200 tonnellate.

IL MIRAGGIO RIFIUTI ZERO. Che significa tutto questo? Non certo che la raccolta differenziata e il porta a porta siano pratiche inutili (anzi, ne va migliorata la qualità). Ma la teoria dei rifiuti-zero rappresenta in realtà solo una bella favola (e si badi bene: si parla solo di rifiuti domestici che sono il 14% del totale dei rifiuti). Basta vedere le cifre dell’Ascit, l’azienda che serve anche Capannori, città simbolo proprio dei rifiuti-zero: 1000 tonnellate al mese di indifferenziato, di cui 60 a settimana di “tal quale” portate a bruciare a Livorno (ed è in discussione proprio un incremento a 120).

LIBERARSI DELL’ORGANICO CI COSTA 700MILA EURO L’ANNO. C’è poi un altro lato della medaglia, quello dei costi e dunque delle tasse. Se la carta, l’alluminio e alcuni imballaggi come le bottiglie e i flaconi hanno un valore di mercato (che spesso non raggiunge il costo della raccolta), non altrettanto si può dire per l’organico. Che rappresenta una spesa, pure pesante, per le casse delle aziende dei rifiuti.

Anche qui sono i numeri a parlare e a smentire brutalmente l’equivalenza tra rifiuto differenziato e risorsa: a Livorno si raccolgono tra le 6 e 7mila tonnellate di frazione umida l’anno, che nel 2015 aveva un costo di conferimento di circa 100 euro a tonnellata. Il risultato fa 700mila euro di costi per Aamps per disfarsi dei rifiuti organici (a cui si aggiungono chiaramente i costi per la loro raccolta). Una cifra che quest’anno è destinata a salire, sia per l’estensione del porta a porta e dunque l’aumento dell’organico, sia per l’incremento dei costi di conferimento arrivati a 120 euro la tonnellata.

LIEVITANO I COSTI. Ma la crescita dei costi riguarda anche e soprattutto la raccolta: Aamps l’anno scorso ha stimato sei milioni di euro in mezzi e materiali per l’estensione a tutta la città e una forza lavoro di 100 persone. Che saranno compensati solo in parte dalla sparizione della raccolta stradale.

IL PARADOSSO DELLE PATATINE... E’ una partita costellata di paradossi e le sue variabili intrecciano i sistemi produttivi di riciclo e di incerenimeto con la quotidianità dei cittadini. Un esempio è rappresentato dai sacchetti delle patatine. Sono considerati imballaggi e vanno inseriti nel multimateriale. Ma - spiegano gli esperti - come tutte le plastiche eterogenee rappresentano un problema nel processo di selezione. Il risultato è che la corretta differenziazione da parte del cittadino si trasforma in una disfunzione economica e ambientale: 1) perché il processo selettivo si allunga e i costi aumentano. 2) perché spesso, dopo aver percorso tutto l’iter della differenziazione, i sacchetti delle patatine così come molte plastiche eterogenee finiscono per essere bruciate, parte delle 360mila tonnellate dei dati di Corepla.

...E QUELLO DEI GIOCATTOLI. Dove va buttato un giocattolo di plastica? O una bacinella? Molti penseranno di fare cosa buona e giusta inserendoli insieme alla plastica. E invece un’azione del genere comporta una penale per Aamps: non essendo nella lista degli imballaggi destinati alla differenziata, devono andare a bruciare. E se i livornesi li inseriscono nella plastica, in fase di selezione, sappiano che saranno anch’essi ugualmente reindirizzati all’inceneritore.

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