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Bambina morta a 3 anni, la madre: "Lui la picchiava e ci teneva prigioniere"
Pisa, parla la mamma di Samantha morta a tre anni in un ex pizzeria abbandonata: "La piccola stava male da due settimane, ma lui ci ha impedito di andare in ospedale". Accanto a lei l’ex marito: "Non troviamo pace"
PISA. No, per sé non aveva più speranze, Juana Francisca. Si era arresa. «Sì mi picchiava, e picchiava anche la bimba». L’orizzonte era lì, fuori dalla baracca, aldilà della dune di Calambrone. «Avevo provato a fuggire ma ci aveva riprese». Ti picchiava? «Sì». Anche Samantha? Un cenno del capo, un singhiozzo strozzato. «E ci minacciava». Se ne sta così da quando le hanno portato i giornali, raggomitolata su se stessa, seduta sul letto, un maglione di pile viola addosso, una t-shirt arancione appoggiata ai piedi su una vecchia coperta beige, un bicchiere d’acqua sul comodino. Sul labbro, gonfio di sangue, un cerotto bianco. Gli occhi tumefatti, cerchiati di lacrime ed ematomi.
Piange Francisca, piange nella stanza in fondo al corridoio dell'Osservazione breve e intensiva del pronto soccorso mentre guarda il mondo che crolla dalle pagine dei quotidiani e aspetta che quello nuovo spunti prima o poi da questo separé e le tolga il peso sullo stomaco: non sa cos’è, lo psicologo ha provato a spiegarle «Signora è sotto choc, il dolore, la perdita, ci vorrà tempo e non basterà mai», quel peso la costringe a sollevarsi, a inarcare la schiena e a respirare a pieni polmoni. Da quando Samantha non c’è più, il mondo è senza ossigeno È ricoverata qui da mercoledì notte. «Da quando è arrivata non si dà pace, ma accanto a lei c’è sempre il marito, notte e giorno. Che brav’uomo quello Stefano, ma cosa è successo?». Maria, l’anziana che da due giorni le è compagna di stanza non sa niente. Ignora che questa «bella moretta» sia la madre della bambina di tre anni ritrovata mercoledì sera alle 20 morta fra i resti di una vecchia pizzeria abbandonata sul litorale.
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Sono le 9.30, i medici devono ancora passare per le visite, i corridoi sanno ancora di lavanda e pulito. Maria ci spera: «Forse mi dimettono, si torna a casa». Francisca ne è convinta: «È tutto finito». Il più delle volte risponde a monosillabi, sì o no. Il dolore è un treno che le corre dentro, e lei si appiglia alla testa, lo nasconde con le mani sul viso. Francisca, 30 anni, nata a Santo Domingo, in Italia da tempo, fino ad un anno e mezzo fa residente in Liguria con il marito Stefano Castagnino. Lì viveva con Samantha e il figlio di lui, dodicenne. Poi si è rotto qualcosa. Ha conosciuto Tonino Krstic, 31 anni, nato a Roma, origini serbe, una fedina penale piena di denunce e reati, furti, rissa, ricettazione, e soprattutto lesioni e maltrattamenti, una condanna per violenze. Lo ha incontrato in chat, l’amore a Rapallo si era infranto. E lei si è trasferita. Cosa è successo, Juana, perché sei venuta a Calambrone? «Non ce la faccio, non ce la faccio…».
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«Bimba morta nell’indifferenza», «Morta a tre anni dentro la baracca, ignorate le denunce contro il patrigno», c’è scritto nei titoli. Li ha chiesti lei, i giornali. E ora se li rigira fra le mani come una collana, anzi tortura la carta, la stropiccia, la punisce, forse è loro la colpa, o forse è successo solo per quelli che li scrivono, chissà se davvero per un anno abbiamo vissuto lì, e se Samantha l’hanno ritrovata dove indicano le foto, sotto la tettoia, in mezzo alle bombole, ai vestiti buttati vicino ai rifiuti, alla sporcizia, alla casupola di cartoni senza luce né acqua, ai giocattoli scoloriti, nuda, con l’impronta di una scarpa sull'addome, lividi sul fianco sinistro, sul viso, un segno di una cinghiata sulla coscia sinistra dopo le convulsioni, la febbre e un pomeriggio di botte. Sempre botte. Possibile? Possibile che avesse accettato di vivere lì, in quella favela invisibile accanto a quell’uomo così violento, illogico, brutale. Tonino, un diminutivo confidenziale, un nascondiglio, come molte cose in questa storia rimasta invisibile troppo a lungo. «La prendeva in braccio, le comprava le caramelle», dicono nei bar sul viale del Tirreno.
Il gip ha confermato l’arresto: resta in carcere, in isolamento. L’autopsia non ha chiarito. Non si sa se Samantha sia morta per le percosse o di prigionia. Perché sì, Kristc era diventato un carceriere, la stamberga al Calambrone un gulag di terrore. «Sì, è vero», si dispera la donna, «ci picchiava, ci picchiava, ci teneva rinchiuse». Ma tu cosa pensi, sono state le botte ad uccidere la bimba? «Sì, io penso di sì. Samantha stava male da due settimane, ma lui non voleva». Non voleva cosa? «Non voleva che la portassi in ospedale, mi minacciava, diceva che ci avrebbe uccise. Avevo provato a fuggire, ma lui ci aveva riprese». «Ma ora basta, non cel a faccio a parlarne, non ce la faccio».
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«Ho visto mezz’ora fa mia figlia distesa su un lettino, morta. Lasciatemi in pace», dice qualche ora dopo il padre fuori dal pronto soccorso. È subito corso da Rapallo, Stefano, e non l’ha quasi mai lasciata sola la moglie. All'obitorio ce lo hanno accompagnato il vescovo Giovanni Paolo Benotto e i carabinieri, per il riconoscimento. Poi è tornato da lei, anche se da qualche mese è incinta di lui. È uscito a fumare. Sconvolto. Sa tutto. Sa che lei, la sua Francisca, ci aveva provato a proteggerla e a tagliarle i riccioli. Per sottrarla alla furia di lui, da quegli impeti diventati ormai un terremoto quotidiano di violenze. Francisca sperava che potesse sfuggirgli quando l’afferrava per la testa. Cavolo, se faceva paura Tonino. Da tre mesi poi era diventato una furia. Glieli strappava. Letteralmente. Non si limitava più ai calci, alle botte, alle cinghiate. No, la sollevava come un pacco, la lasciava cadere, e quando riapriva il pugno i riccioli cadevano a terra come polvere. No, per sé non aveva più speranze. «Ci minacciava». Anche mercoledì pomeriggio le aveva picchiate. «Vi ammazzo tutte e due e vi seppellisco se non la rianimi», le aveva detto. «E con i carabinieri sta' zitta, quando arrivano di' che le ho dato solo qualche schiaffetto, sennò...».
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