Il Tirreno

Livorno

Il Moby è la nostra Ustica: quei 140 morti senza un perché

Mauro Zucchelli
Il Moby è la nostra Ustica: quei 140 morti senza un perché

Domenica 10 cade il 25° anniversario della sciagura del Moby Prince: la commissione del Senato è al lavoro per fare luce. Ma dopo così tanti anni non esistono più le due navi (demolite) né tante persone. Ma le nuove tecnologie offrono la chance di usare con profitto le immagini satellitari di allora. Bisogna convincere gli Usa a fornirle

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LIVORNO. La strage di Ustica ha avuto come palcoscenico l'aerovia Ambra 13, a 25mila piedi di quota, lontano 150 chilometri dalla costa di Palermo, con i pezzi dell'aereo finiti laggiù su fondali a quasi 4mila metri di profondità e riuscendo a recuperare meno della metà dei cadaveri. L'apocalisse del Moby no: appena fuori da uno dei primi 25 porti del Mediterraneo, quello di Livorno, il rogo che ha divorato i corpi di 140 persone e inghiottito le esistenze dei loro familiari. Neanche tre miglia dalla banchina, proprio davanti al lungomare della città: quasi in casa dei livornesi, se è vero che agli atti c'è il video filmato dalla terrazza della villa antignanese dell'armatore D'Alesio e nei faldoni finiranno le testimonianze di chi prendeva il fresco sul lungomare, chi portava a spasso il cane, chi transitava in auto sul Romito (oltre a due aspiranti guardiamarina da un piazzale dell'Accademia Navale).

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Eppure quel mercoledì notte d'un aprile di 25 anni fa sono stati necessari 70 interminabili minuti solo per accorgersi che a squarciare la tank 7 della petroliera Agip Abruzzo un traghetto lungo 131 metri, più di 6mila tonnellate di stazza lorda: chissà come si fa a scambiare l'impatto con quello d'una bettolina che è 30-50 volte più piccola, chissà come si fa a non vedere il Moby ridotto a una palla di fuoco con un oceano di petrolio - da 100 a 300 tonnellate, stimerà il perito ingegner Delle Mese - che si è incendiato per via delle scintille causate dallo sfregare delle lamiere. Nemmeno per capire che il Dc9 Itavia era scomparso dai radar c'è voluto così tanto.
Figurarsi che non si sa nemmeno com’è avvenuta la collisione fra le due navi. Anzi, è rimasta un mistero perfino la posizione esatta della petroliera Agip Abruzzo. A distanza di un quarto di secolo, cos’altro si potrebbe trovare?

L'INCHIESTA: PUNTO PER PUNTO, IL PUZZLE DEI MISTERI

Fra i tanti tasselli del puzzle che risultano ancora fuori posto ce n’è uno che potrebbe aiutare a fare luce su quel che accadde quella notte. Vale la pena di ripetere la richiesta inviata alle autorità statunitensi di mettere a disposizione tracciati radar e immagini satellitari in loro possesso riguardo a quel che avvenne quella notte del ’91 nella rada del porto di Livorno. Dove erano presenti almeno cinque navi militarizzate americane (Gallant II, Cape Breton, Farewell e Cape Flattery, ad esempio) appena rientrate dalla Guerra del Golfo.

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Nel libro di Elisabetta Arrighi il pm Luigi De Franco racconta di esser andato a Roma a chiedere di persona all’allora premier Andreotti di attivarsi presso la Casa Bianca. Ottenendo una risposta dagli Usa: non abbiamo nessuna immagine e comunque non spiamo i Paesi amici. Peccato che le recenti vicende dimostrino l’esatto contrario...

Difficile se non impossibile poter compiere accertamenti su navi entrambe già demolite o scovare testimoni che ricordino dettagli di 25 anni fa. Non è così per le immagini satellitari: all’inizio degli anni ’90 era disponibili tecnologie che in campo militare avevano una risoluzione nell’ordine dei dieci metri (ora “vedono” i centimetri) e dunque del tutto in grado di distinguere posizioni, orientamento e percorsi di Moby e petroliera Agip. Non solo: si dispone ora di potenze computazionali tali da migliorare, grazie a tecniche d’avanguardia nel post-processamento, la qualità delle immagini ottenute in passato. Di più: questo lavoro risulta meno complicato se si sa cosa si sta cercando (il Moby e l’Agip Abruzzo).

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La risoluzione non è però l’unico parametro: vale anche il tempo di rivisita, cioè ogni quanto il sistema satellitare torna a “fotografare” di nuovo quell’angolo di mappamondo. Adesso esistono costellazioni di satelliti che riescono a coprire il pianeta a tempi strettissimi. Non era così 25 anni fa: meno satelliti e tempi più lunghi fra un passaggio e l’altro.

Ma si può credere che, con il Golfo in fiamme contro gli Usa dal punto di vista politico-militare e con una base-chiave in quella fase logistica come Camp Darby, le autorità di Washington non tenessero almeno un “occhio” elettronico sul porto di Livorno. Del resto, solo la caparbia ostinazione delle associazioni dei familiari è riuscita a far istituire al Senato la commissione parlamentare d’inchiesta sulla sciagura. E dalla trincea politica, su cos’altro si potrebbe puntare se non su una iniziativa politica forte nei riguardi della Casa Bianca perché apra gli archivi dei satelliti?

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