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I suoi pezzi scritti di getto erano diamanti grezzi
Un cronista ostinato, polemico e sfrontato, ma sempre ricco di intuizioni e di una grande umanità
di ALESSANDRO DE GREGORIO
«Allora?».
«Tutto a posto».
Rispondeva sempre così, uscendo dalla stanza del direttore con quel sorrisetto a presa di culo. Come se nulla fosse successo.
Non era raro che Bruno Manfellotto lo chiudesse nella propria stanza per fargli un cazziatone. A volte le urla del direttore si sentivano da fuori.
“Emi” incassava, lo lasciava sfogare, poi con una calma disarmante spiegava le proprie ragioni.
E usciva da lì con la stessa faccia imperturbabile, la stessa espressione quasi strafottente.
Ma non era strafottente, era bravo.
Aveva fonti che altri cronisti si sognavano.
Aveva intuizioni.
Aveva il fiuto della notizia.
E quando indovinava l’attacco – e lo indovinava spesso – quei suoi pezzi volavano.
Li scriveva di getto senza rileggerli, tirava via, se ne fregava dei refusi.
E questo faceva imbestialire direttori, capi e colleghi più anziani.
E faceva incazzare anche me, perché molti di quegli articoli erano veri diamanti grezzi.
Era fatto così. Ostinato, a volte presuntuoso, sapeva diventare insopportabile. Ma era solo una posa, un’autodifesa.
L’ho capito lavorandoci insieme ma soprattutto cenando con lui, dividendoci una birra, fumando pacchetti di sigarette nel cortile della Procura, pescando ragni di notte dal molo dei piloti, mangiando un piatto di pasta da Raul, parlando di musica e di cantautori, di donne e di auto, del ’68, di Bal e del Livorno calcio.
Per quasi tre anni, dal 2003 al 2006, abbiamo diviso nera e giudiziaria alla cronaca di Livorno, in quel palazzone stondato di viale Alfieri.
Lui era già lì da un pezzo quando arrivai io. E all’inizio furono scintille.
Se “Emi” aveva il suo caratterino, io avevo il mio.
Ci gestirono male, forse pensando che la politica dei due galli nel pollaio avrebbe funzionato. Ma non era così. E allora ci gestimmo da soli.
Presi l’iniziativa come un fratello maggiore. Ci misi un po’ a fargli capire che la concorrenza era fuori da quella redazione, che noi avremmo dovuto collaborare e non competere, che eravamo una squadra, che tra compagni di banco ci si aiuta.
E lui ci mise un po’ a crederci, a studiarmi, a capire che non lo stavo fregando.
Si fidò. E io scoprii un mare di umanità in quegli occhi azzurri.
Nacque un’amicizia, di quelle vere.
Quando venni via dalla cronaca di Livorno, mi scrisse una mail che mi commosse.
Quando lui lasciò il Tirreno ci provò in tutti i modi a coinvolgermi nel progetto del Corriere di Livorno. Non accettai, provai anche a dissuaderlo.
Ma era impossibile fargli cambiare idea.
In quegli anni siamo stati rivali sul campo e non ci siamo fatti mancare nulla. Perché gli amici non te le mandano a dire. E a noi piaceva così.
Aveva da poco cominciato a lavorare al Fatto, redazione di Bologna, quando ci ritrovammo a Livorno ai funerali di Luciano De Majo. Altro collega e amico comune strappato alla vita troppo giovane, altro fuoriclasse della penna.
“Emi” e io ci vedemmo da lontano, al cimitero. Ci venimmo incontro, ci abbracciammo. Un lungo abbraccio, stretto e interminabile. Ricordo le parole di entrambi, le uniche di quella giornata: «Ti voglio bene».
Ci siamo sentiti altre volte in questi anni. Anche per lavoro. Lo seguivo alla televisione, sul giornale, sul web. Ero fiero di lui, del mio amico “Emi” che finalmente aveva trovato la sua dimensione.
Sì, era rimasto il solito polemico sfrontato, anche fazioso, a volte esagerato. Ma poteva permetterselo.
L’altro giorno su Twitter, che uso solo per lavoro e in automatico, mi arriva una notifica: “Emiliano Liuzzi ha iniziato a seguirti”.
Sorrido, mi riprometto di chiamarlo. Uno di questi giorni.
Uno di questi giorni.
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