Il Tirreno

Livorno

Tensione con rissa in via Bengasi tra manifestanti e antagonisti

di Alfredo Faetti
Tensione con rissa in via Bengasi tra manifestanti e antagonisti

Uno striscione con la scritta “antirazzista” dà il via al parapiglia: bruciato dai residenti del palazzo In programma c’era la marcia per chiedere l’espulsione del tunisino che ha distrutto la casa della ex

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LIVORNO. In via Bengasi è tornato il fuoco, accompagnato dalle urla e dalle lacrime dei bambini. Il punto è sempre il solito: il civico 76, che porta ancora i segni dell’incendio di giovedì scorso, appiccato da Khemiri Bengacem, 30enne tunisino, per vendetta contro la ex compagna che due mesi fa ha deciso di rompere la loro relazione.

Sono stati propri i parenti della donna a organizzare un corteo che da via Bengasi sarebbe dovuto arrivare davanti alla Questura, chiedendo non solo il massimo della pena ma anche l’espulsione del 30enne. La partenza era per le 14.30, ma i partecipanti non si sono mai allontanati da quella finestra annerita dal fumo. Sono rimasti lì, a discutere fino alle mani con i centri sociali, apparsi al civico 76 con un lenzuolo con su scritto: “Solidarietà alla famiglia, il reato non ha colore, antirazzisti sempre”. Una mossa che alcuni manifestati a sostegno della donna non hanno gradito, tanto da far esplodere a più riprese un parapiglia, culminato con quel lenzuolo dato alle fiamme.

Il preambolo di questo mezzo pomeriggio di urla becere e fiamme parte con una ventina di persone: per lo più donne, alcune con i figli piccoli, altre con indosso delle maglie che chiedono l’espulsione del tunisino. Nel mezzo, anche i condomini del palazzo. «Abbiamo rischiato di rimanerci» dice un uomo, ricordando l’inferno di giovedì mattina, quando Bengacem, che ha già due arresti sulle spalle, dà fuoco alla casa dell’ex compagna. «Noi eravamo al piano di sopra: siamo stati invasi dal fumo» continua, indicando il cumulo di mobili carbonizzati che da giorni riposa sotto la finestra annerita.

I primi membri del Laboratorio Ska della vicina via Pannocchi fanno capolino quando è quasi il momento del via. «Siamo qui perché questa vicenda non diventi un solo fatto di razza» ammetterà uno più tardi. Gli antagonisti passano quasi inosservati, almeno fino a quando non srotolano il lenzuolo e lo appendono ai piedi del condominio. Ed è solo a questo punto che i manifestanti notano anche la presenza, sull’altro lato della strada, di ragazzi nordafricani. «Non vogliamo che le colpe di uno ricadano su tutti noi» dicono.

Quella scritta però non va giù a qualcuno. «Cosa c’entra questo striscione? - contestano - Siamo furiosi perché abbiamo rischiato di morire e per questo siamo razzisti?». Alcune donne allora si mettono sull’attenti davanti la scritta, perché non venga letta, ma gli animi ormai sono già caldi. Il primo scontro è un attimo: una parola di più, forse una spinta, e le due parti entrano in contatto, subite divise dai presenti.

Lo striscione resta e il nervosismo anche. Dopo una decina di minuti di apparente quiete parte un secondo parapiglia e questa volta uno dei residenti riesce a strappare il lenzuolo e facendosi da parte lo dà alle fiamme. Allora arriva la polizia e via Bengasi viene chiusa dalle volante: nel mezzo gli agenti dividono due spazi, con i manifestanti da una parte e gli antagonisti dall’altra. Sembra così tornare la pace ma è un altro fuoco di paglia: poco dopo infatti arriva il terzo e ultimo parapiglia, chiuso con uno degli esponenti del Laboratorio Ska che con tono composto dice ai suoi «ritirata», come a dire che per questa volta è bene lasciar perdere. Le donna allora puntano verso la Questura, ma la polizia sul posto le scoraggia (anche perché son senza autorizzazione) e la piccola folla si accontenta del giro del palazzo al grido di «espulsione! espulsione!».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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