Il Tirreno

Livorno

Ciò che il Pd non può sentirsi dire - L'editoriale

Omar Monestier

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Posando il piede sul suolo italico dopo un viaggio in Iran Massimo D’Alema ha aperto, con la superba nonchalance che gli è propria, la guerra per bande dentro il Pd. Nulla di intenzionale, per carità. E non che non fosse mai successo. Serviva, però, l’innesco per dare un po’ di visibilità alla ennesima riunione della minoranza interna la quale, anche ieri, ha ribadito che non si sta avviando verso la scissione pur non condividendo parti sostanziali dell’attività di governo. Non è chiaro, tuttavia, che cosa si appresti a fare né che cosa abbia fatto finora, posto che la si è vista impegnata in contorsioni e qualche giravolta (sulla legge elettorale, ad esempio) che ne ha minato enormemente la credibilità. Ecco, il messaggio che arriva da Perugia è un altro grido ai vertici del Pd perché faccia politiche di sinistra. Si capisce bene come in realtà il grido sia una attestazione di impotenza, un urlo che esce muto, assai simile a una ritualità necessaria eppure sempre meno utile. La minoranza punta a contenere l’espansione del sostegno a Matteo Renzi da parte delle aree destrorse, come l’Ndc e Verdini. Che è quel che Renzi fa con sommo piacere proprio per tenere una pistola puntata alla tempia della minoranza del Pd. Insomma, nulla di nuovo. C’è una prateria a sinistra, annunciava ieri Cofferrati.

C’è spazio per un nuovo partito di sinistra, spiegava D’Attorre di passaggio in Toscana dopo la sua uscita dal Pd per far nascere Si, Sinistra italiana. Non ne sono convinto. Non ne trovo riscontro nelle esperienze elettorali recenti. Un 5% si raccatta sempre, ma il Pd di Matteo Renzi non ha una vocazione di testimonianza e la sinistra-sinistra, da sola, in Italia non governa. Stare dentro il partito e costruire una corrente di minoranza con una propria identità è certamente una idea buona. Critici, ma dentro. Piuttosto che critici, ma fuori. Ovvio. Quel che dice Speranza a Perugia è quel che intendeva dire D’Alema ritornando dalla Persia? Ne dubito. Il suo messaggio è stato chiaro: disimpegno sulle comunali a Roma e a Napoli, disimpegno sul voto per il referendum confermativo della riforma costituzionale. Disimpegno, punto. Solo, stavolta il Pd di Renzi non ha nulla da offrire al Pd di D’Alema. E anche se ce l’avesse non vorrebbe. Io credo che, pur temendo molto la sconfitta referendaria, Matteo Renzi preferirebbe quest’ultima a una vaga possibilità di intesa con D’Alema e i suoi. La storia insegna peraltro (governo Prodi) che rispettare i patti non è proprio il punto di forza di Baffino. Eppure, il momento buono per tentare un accordo di non belligeranza e un accenno di sintesi politica fra le parti è ora. Il Pd e il suo segretario nazionale qualche problema ce l’hanno davvero. Le primarie, ad esempio. Non sono state quel che si dice un esercizio di democrazia a Roma e a Milano. Tanto che quelle toscane, a Grosseto e in un paio di comuni pisani, sono sembrare delle cerimonie da educande al confronto.

In Toscana c’è stato pure qualche regolamento di conti ma, alla fine, la liturgia delle primarie è stata una cosa seria e il segretario Parrini ne mena il giusto vanto. Le altre invece... Quelle di Napoli andrebbero rifatte. Non pare che questa sia la volontà del partito e il presidente Orfini nega perfino che questa eventualità possa succedere. L’elezione di Marino a Roma, in un contesto assai diverso ma non meno farsesco, dovrebbero invece spingere il Pd a una soluzione più coraggiosa per dimostrare all’Italia che, nonostante qualche figuraccia, le primarie possono ancora essere una cosa seria. D’Alema indica alla minoranza una modalità di battaglia che il renzismo non accetta.

La reputa figlia di altre epoche e ne pratica altre, non tutte più nobili sia chiaro. Il Pd ha cambiato rapidamente pelle da quando il renzismo se n’è impossessato e non sempre il nuovo s’è dimostrato poi così diverso dal vecchio. Pensare, però, che si edifichino programmi, azioni di governo e classi dirigenti su forme più o meno velate di ricatto fa venir da dire che è uno spettacolo che abbiamo già visto. Sappiamo anche come è andato a finire per ricattati e ricattatori. Male. E ci ha rimesso sempre l’Italia.

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di Redazione web