Furto di Suv in porto e spaccio di cocaina chiuse le indagini: in trentadue nei guai
Per la Procura attraverso la droga i vertici dell’associazione finanziavano i colpi in porto. «In Toscana una rete criminale»
LIVORNO. A dare il via alla maxi inchiesta di polizia e polmare, nell’ottobre 2014, un furto di sette Suv, modello Jeep Grand Cherokee, fatti sparire dal Terminal Est del porto di Livorno e portati all’estero a bordo di una bisarca. Ora a distanza di poco più di due anni, la Procura è convinta, partendo da quel colpo, di aver ricostruito un sistema strutturato di malaffare che aveva punti cellule in mezza Toscana: da Livorno alla provincia di Pisa, in particolare Tirrenia e Cascina, passando per la Versilia, fino a Montecatini e l’empolese.
Spaccio di sostanze stupefacenti, furti, ma anche lesioni e porto ingiustificato di arma tra i reati contestati alle 32 persone a cui nei giorni scorsi è stato notificato l’avviso di conclusioni indagini da parte del pubblico ministero Massimo Mannucci.
Spiega l’avvocato di uno dei principali indagati: «Le accuse sono molte e varie, ecco perché quello che ci attende sarà un processo lungo e tutto da scrivere». Se questo è molto probabilmente ciò che vedremo un domani in aula, è necessario ora capire le contestazioni di una delle indagini più articolate degli ultimi anni, soprattutto per il gran numero di indagati, e per i tanti reati ipotizzati: oltre una ventina i capi d’imputazione, tra i quali anche l’associazione per delinquere.
Al centro dell’inchiesta, infatti, ci sarebbe un’organizzazione di cui farebbero parte in maggioranza italiani, ma anche stranieri, nord africani, albanesi e cittadini dell’Est Europa in particolare. I livornesi Stefano Niccolini, 52 anni, e Mirco Campochiari, 54, - sempre secondo la Procura - sarebbero le menti dell’associazione e il punto di contatto tra i due filoni di inchiesta insieme a Lidia Mangani, compagna di Niccolini e Salvatore Di Fraia. I primi due attraverso lo spaccio di sostanze stupefacenti, in primis cocaina, avrebbero finanziato altri sei nuovi furti di auto, mai concretizzati per la verità, all’interno dei piazzali del porto, l’ultimo dei quali risalirebbe al novembre scorso, a pochi giorni delle prime misure cautelari emesse dal Tribunale di Livorno.
È da questo piano criminale che sarebbe nata, da un lato la necessità di rivolgersi a spacciatori con una certa disponibilità di droga e creare, dall’altra, una rete di collaboratori fidati per il confezionamento e la vendita a domicilio della cocaina; da qui il nome dell’inchiesta, ribattezzata “Pony drug”.
Ecco perché non stupisce che tra gli indagati spuntino i nomi di amici e parenti di Niccolini e Campochiari. Una rete di contatti venuta alla luce durante la prima fase degli accertamenti e che ha poi portato anche a ritrovare i sette Suv spariti a Livorno, alcuni mesi più tardi, in Francia, dove erano in vendita in alcuni concessionari della Costa Azzurra.
È dalle decine di intercettazioni telefoniche finite agli atti del procedimento e accordate dal giudice per indagini preliminari per risalire ai responsabili dei colpi in porto, che gli inquirenti hanno scoperto lo spaccio di droga e soprattutto due particolari molto curiosi: una trentina di consumatori insospettabili, tra i quali professionisti e operai livornesi, e un innovativo metodo di consegna della cocaina.
Per avere un paio di piste di polvere bianca, magari per qualche serata particolare, bastava chiamare al telefono Niccolini oppure presentarsi sotto casa sua, in via Passaponti. A questo punto le opzioni erano due: per clienti speciali e selezionati la consegna della droga avveniva addirittura a domicilio, oppure sul posto di lavoro. Per la stragrande maggioranza degli acquirenti, invece, era necessario attendere sotto la finestra del cinquantuduenne: passavano pochi minuti e dal quarto piano dell'abitazione veniva calato un cestino legato a un filo dentro al quale c'era la droga; l'acquirente la prendeva e all'interno metteva il corrispettivo in denaro.
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