Il Tirreno

Livorno

“Morte” della Cigna, da Torre del futuro a rifugio degli ultimi

di Federico Lazzotti
La Torre della Cigna
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La Torre della Cigna

Livorno, costruita negli anni Novanta in vista dello sviluppo della zona è rimasta pressoché disabitata. All’asta da otto anni, la settimana scorsa è stata occupata

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LIVORNO. Da nove giorni il gigante solitario dalle fondamenta di argilla, instabili e gonfie d’acqua fin dalla nascita, è incerottato. Ma le bende appese alle finestre non servono a medicarlo dagli acciacchi che lo affliggono. Servono per gridare, a chi passa e butta un occhio, la piaga dell’emergenza abitativa in città. «Nessuna alternativa alla strada», recita uno striscione all’ingresso; «100 appartamenti chiusi e abbandonati mentre i livornesi sono sfrattati. Ora basta», si legge su un altro che svolazza da una finestra ai piani più bassi.

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È questo l’ennesimo atto, probabilmente non l’ultimo, di un balletto tragicomico che dura da un quarto di secolo e che potrebbe intitolarsi “Morte annunciata della Torre della Cigna”, almeno rispetto all’idea per la quale il grattacielo era stato progettato dall’ingegner Luigi Piazza a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. I diciannove piani in acciaio e cemento costruiti sullo strapuntino del rondò che dà accesso alla città dall’uscita Livorno centro, dovevano infatti rappresentare, allora, il primo tassello della rinascita di un quartiere, la risposta industriale al grattacielo di via Roma in una città che voleva puntare e guardare in alto da più punti di vista, anche opposti: il mare da un lato, i nuovi insediamenti dall’altro.

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Non a caso l’iniziale progetto dell’edificio parlava addirittura di due pennoni, poi ridotti a uno al termine di una mediazione tra la proprietà, la società San Teodoro, e il Comune di Livorno. La Torre della Cigna, insomma, come una sorta di albero della fertilità - anni prima dell’Expo tra l’altro - intorno al quale la zona nord si sarebbe trasformata: si smetta di andare al Picchianti per le prostitute e i forni aperti fino all’alba; il nuovo palasport, poco distante e allora ancora uno scheletro abbandonato, sarebbe stato completato un giorno, intorno ecco sorgere Porta a Terra, l’Eldorado del commercio firmato grandi marchi. E magari, in un clima di illusioni e buoni auspici, si poteva pensare di rimettere in sesto le terme liberty.

Ma la Storia ha fatto tutto un altro percorso e la caduta strutturale, immobiliare ed economica della Torre è stata lenta e inesorabile: infiltrazioni nei sotterranei fin dall’inaugurazione, difficoltà di affittare appartamenti e fondi fatta eccezione per il piano terra comprato dall’Agenzia delle Entrate.  Una agonia durata fino al 2006 quando la società proprietaria è andata in liquidazione e due anni dopo l’edifico si è trovato disabitato e all’asta per 20 milioni di euro nonostante la stima del perito parlasse di 13 in più.

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Così oggi, dietro agli infissi anneriti dal tempo e dall’incuria, hanno trovato rifugio una ventina di famiglie: italiani, stranieri, coppie, singoli e famiglie con bambini, hanno buttato a terra materassi e qualche ninnolo e hanno ottenuto un tetto nonostante il rischio abbastanza concreto di beccarsi una denuncia penale. Scrivono dal sindacato inquilini Asia per spiegare il fenomeno delle occupazioni che in città cresce come uno tsunami della disperazione.

«A seguito dell'ultima ondata di sfratti la prima famiglia, fisicamente finita per strada, si è presentata insieme alle altre direttamente in Comune. La risposta degli uffici è stata chiara e lapidaria: dopo quattro giorni di albergo non ci sarebbe stata nessuna soluzione. Questa risposta ha fatto scattare l'istinto di sopravvivenza nella testa delle famiglie. Un istinto che nessuna legge o regolamento può fermare. D'altra parte a tutti questi nuclei sono stati riconosciuti i requisiti della morosità incolpevole e proprio la legge dovrebbe tutelarli».

Ed ecco l’idea di entrare nella notte tra venerdì e sabato scorsi dentro al gigante abbandonato da tutti, perfino da eventuali acquirenti. Il prossimo 23 marzo, non a caso, è stata fissata la ventunesima asta immobiliare che ha per protagonista la Torre della Cigna.

In otto anni, nemmeno un’offerta arrivata al commercialista delegato, Francesco Carpano (anche presidente dei revisori di Aamps ndr), tanto che dal prezzo iniziale di 20 milioni di euro, il giudice è arrivato a diminuire la base d’asta fino a una cifra di poco superiore ai 3,5 milioni di euro. L’ultimo tentativo di far rialzare un gigante triste, malmesso e in ginocchio.

 

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