L’ira del compagno di Miriam: «Non stava in piedi ma l’hanno dimessa: è morta tra le mie braccia»
Livorno, David Bencini ripercorre le dodici ore tra casa, ambulanza e pronto soccorso: «In ospedale aveva freddo ma non avevano nemmeno una coperta»
LIVORNO. «Martedì mattina quando l’hanno dimessa “Miri” non stava in piedi, era bianca come un cencio e aveva mal di stomaco. Addirittura non è nemmeno riuscita a salire in macchina da sola: non ce la faceva, era troppo debole, sentiva dolori alle gambe e allo stomaco. All’infermiere che la accompagnava mentre sua sorella spingeva la sedia a rotelle l’ho detto: “Sta male, siete sicuri che vada dimessa?”. Nessuno mi ha ascoltato. Volevo parlare con un medico, ma in tutta la notte nemmeno un dottore si è degnato di spiegarmi che cosa avesse. Due ore dopo “Miri” è morta tra le mie braccia, nel nostro letto. Mi ha detto: “Amore mio, non respiro, non respiro e le si sono ribaltati gli occhi”. Io le ho risposto: “Resisti amore, sta arrivando l’ambulanza”. Le ho fatto due volte la respirazione bocca a bocca. In lontananza sentivo le sirene...».
David Bencini, 49 anni, è un uomo che a fondo ci va da una vita, per lavoro: pescatore subacqueo, figlio e fratello di pescatori. Ma quando precipiti negli abissi del dolore non c’è corda che ti riporti in superficie, non c’è bombola alla quale attaccarsi per prendere aria.
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Così da due giorni David vive in apnea tra una sigaretta, una lacrima e un momento di rabbia. Accanto a lui ci sono i suoi due figli. È davanti a loro che ripercorre le dodici ore più terribili della sua vita tra le 3 del amttino di martedì 26 gennaio alle 15 dello stesso giorno. Le stesse cose, giovedì, le ha raccontate anche agli agenti della polizia che lo hanno ascoltato come persona informa sui fatti. Il suo racconto inizia intorno alla mezzanotte di lunedì quando è tornato a casa, in via della Maddalena 13, dove viveva con la compagna Miriam Daina Palermo, 50 anni da compiere il prossimo 19 novembre.
«Avevo finito di vedere la partita del Livorno e sono andato in camera da letto. “Miri” stava finendo di guardare il film “Cinquanta sfumature di grigio”. Ero stanco, sono rimasto sveglio per qualche minuto, poi mi sono girato e addormentato. Intorno alle 3, ma faccio fatica a ricordare gli orari, mi sono svegliato perché “Miri” batteva i denti. Le ho chiesto: “Che cos’hai?”. Mi ha detto che aveva freddo, che stava male. Allora le ho misurato la febbre: era oltre 39. Ho chiamato il 118 e siamo andati al pronto soccorso: lei in ambulanza, io in macchina».
Per quasi sette ore Miriam, cantante per passione, è rimasta al pronto soccorso, David e i familiari della donna a fare la spola tra il triage e la sala d’attesa. «Che sappia io - prosegue il compagno - le hanno fatto due flebo, una di tachipirina per abbassare la febbre e l’altra di plasil per via del dolore allo stomaco. Per il resto non è stata sottoposta, a parte la visita iniziale, a nessun accertamento. Nella sala dove la tenevano c’erano alcuni infermieri che ripetevano “sono normali sintomi influenzali”. Addirittura quando ho domandato se era possibile avere una coperta e un cuscino per farla stare più comoda e al caldo mi hanno detto che “non avevano nulla”. Sono riusciti a procurarci solo due lenzuola verdi».
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Il filo dei ricordi di David riparte da quel «resisti amore, stanno arrivando» pronunciato alla compagna intorno alle due di martedì pomeriggio, a un paio d’ore dalla dimissioni. «Quando è arrivato il medico e l’hanno attaccata alla macchina aveva 50 battiti, dopo pochi minuti ho sentito un bip lungo e prolungato come nei film. Sono convinto che "Miri" sia morta in quel momento. Il resto è stata una messa in scena: il trasporto all’ospedale, il trasferimento in rianimazione, le tre sacche di sangue che hanno detto di averle dato. Quando l’ho abbracciata per l’ultima volta era fredda come se fosse morta da ore. Cosa voglio adesso? Che sia fatta giustizia. Sono sicuro che se non ci fossero stati tutti i tagli alla Sanità tutto questo non sarebbe successo. Mi chiedo anche: potevo fare di più? Non dovevo portarla a casa? E mi risposto: “faccio il pescatore, non il medico e pensavo che in ospedale “Miri” fosse al sicuro...».
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