Il Tirreno

Livorno

Vi racconto la nostra odissea nei lager

di MIRIO DEMI
Vi racconto la nostra odissea nei lager

di MIRIO DEMI Furono ben dodici milioni i martiri di quella irripetibile e inumana tragedia di uomini donne vecchi e bambini. Delle nostre vicissitudini nei Lager nazisti: sempre meno se ne parla, e...

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di MIRIO DEMI

Furono ben dodici milioni i martiri di quella irripetibile e inumana tragedia di uomini donne vecchi e bambini. Delle nostre vicissitudini nei Lager nazisti: sempre meno se ne parla, e vogliamo ricordare specialmente ai giovani che all'interno di quei reticolati, dentro a quelle fatiscenti e fredde baracche, molti anni addietro, furono consumate le più orribili decimazioni di esseri umani che niente avevano commesso per meritarsi un trattamento così crudele e inumano.

Ricordiamo che l'odissea di noi Internati Militari Italiani in quella terra ostile, fu lunga e penosa proprio a causa delle vessazioni e delle angherie che fummo costretti a subire. Non abbiamo ancora dimenticato che abbiamo forzatamente trascorso circa venti interminabili mesi patendo una fame non capibile per la gente fuori dal Lager, perché era vera, reale. Ma questo non bastava, perché il lavoro era gravoso e stressante, le percosse, anche per piccole mancanze erano frequenti, e quei kapi definiti da Levi:"uomini non uomini" niente perdonavano e quindi rendevano il nostro vivere, (se così vogliamo definirlo,) al limite della sopportazione. E furono proprio le troppe crudeltà di cui parlavo a causare le tante rinunce a lottare per la sopravvivenza perché ognuno sentiva, giorno dopo giorno le forze fuggire, la volonta di vivere sciogliersi e la mente ottenebrarsi..

Ed a seguito di quelle crudeltà, che nelle fredde camerate delle baraccopoli che molti giovani distesi sopra quegli sporchi pagliericci si stavano spengendo piano piano. Li assistevamo come e quanto ci permettevano, anche perché pure noi lottavamo per affrontare il domani, eravamo loro vicini, li esortavamo a reagire, a ribellarsi a quel destino infame, cercavamo di far loro capire che a vent'anni non si può, non si deve rinunciare a vivere. Purtroppo per molti tutto ciò fu vano e molti col dolce nome di mamma sulle labbra esalarono l'ultimo respiro lasciando noi, loro fratelli, nel dolore per il distacco. Poi, nei luoghi più remoti possibile, perché nessuno doveva vedere o sapere, un cumulo di terra, con una Croce piantata sopra. Ma siatene certi compagni che il vostro nome non sarà seppellito dal gelo della morte, ma sarà sempre presente e vivo in tante memorie, nelle nostre memorie.

Poi finalmente tutto ebbe fine, ma fu una libertà che conquistammo a caro prezzo, a causa delle nostre sofferenze, ma soprattutto per quei cumuli di terra, e quelle migliaia di Croci, che lasciammo in quel paese lontano. L'attesa per il rimpatrio fu lunga (nel mio caso dopo cinque interminabili mesi,) poi quelle tradotte ci riportarono nei nostri paesi, nelle nostre città dalle nostre mamme, dai nostri cari, e quando ci ritrovammo tra le loro braccia, con i volti rigati di lacrime, sentimmo sciogliersi anche quel groppo, che da troppo tempo ci aveva chiuso la gola.

Le ferite tardarono a rimarginarsi perché quei venti mesi di segregazione avevano lasciato in noi un segno indelebile.

Quello che sta scritto in queste poche righe, come dicevo all'inizio è quasi dimenticato, gli studenti, i giovani e non solo loro, debbono sapere che cosa è veramente accaduto diversi anni fa, debbono conoscere le pietose odissee dei sopravvissuti, ed anche chiedersi: perché i Lager, le camere di tortura, le camere a gas, i forni crematori, perché dodici milioni di innocenti annientati.Auguriamoci che le Croci lasciate in quella terra lontana, risplendano di una luce viva, e siano di ammonimento a quanti pensassero di risolvere i loro problemi, con violenze ingiustizie e stermini..

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