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«Concordato a rischio, il Comune ha i soldi»
L’ex giudice fallimentare De Franco: se dovesse essere accettato, garanzie per lavoratori e banche, grosse sofferenze per l’indotto
LIVORNO. Luigi De Franco, giudice fallimentare al tribunale di Livorno fino alla scorsa estate. Un’azienda come Aamps, partecipata al 100% dal Comune, può chiedere il concordato preventivo?
«C'è un contrasto giurisprudenziale sull’ammissibilità del concordato per una società municipalizzata. Nel caso specifico il problema può essere questo: sebbene qui a chiedere il concordato sarebbe solo Aamps, il giudice potrebbe obiettare al Comune, che ne è proprietario, di avere fondi a sufficienza per evitare la procedura e dunque ritenere che l’azienda non sia nelle condizioni di richiederla, respingendola».
Come è successo a Massa con la società municipalizzata dei rifiuti Cermec?
«La corte d’Appello di Genova ha sostenuto che in quel caso non si poteva fare il concordato. Esso infatti sarebbe dovuto essere richiesto anche dal Comune e non solo dalla municipalizzata, e il Comune i soldi li ha».
Il discrimen nasce dunque dalla partecipazione dell’ente pubblico alla società.
«Ripeto, la giurisprudenza non ha un’interpretazione unicova, ma quando è stato ritenuto inammissibile il concordato per una partecipata, la decisione è nata dal fatto che il Comune ha fondi per evitarlo».
Se invece la richiesta fosse accettata che cosa accadrebbe?
«Una volta ammesso il concordato, viene nominato il commissario dopo di che i creditori vengono individuati e devono votare. La legislazione è cambiata: prima valeva il meccanismo del silenzio assenso, chi non votava era a favore. In questo modo i concordati passavano più facilmente perché molti piccoli creditori non si presentavano».
Ora la legge è cambiata.
«Con la nuova normativa chi non vota non si considera più a favore, ma occorre la maggioranza reale. Attenzione però, non è vero che basta un creditore che si oppone come qualcuno ha affermato in questi giorni, ma serve la maggioranza dei creditori chirografari».
E se non c’è la maggioranza?
«Una volta, prima del 2005, scattava il fallimento automatico. Ora il tribunale non può più dichiarare il fallimento d'ufficio, può farlo solo se c'è la richiesta della parte pubblica, dunque del pubblico ministero, o di un creditore, anche di uno solo, purchè il suo credito sia superiore ai 30mila euro».
Ciò che appare certo è che il concordato garantisce almeno i lavoratori, nelle vesti di creditori privilegiati.
«I creditori privilegiati sono gli unici che vedono garantito il 100% di quanto devono avere. In questa categoria ci sono i lavoratori, ma ci sono anche la banche».
Dunque le banche sono tra i creditori che vengono tutelati più dei fornitori?
«In genere sì, semplicemente perché i loro crediti sono coperti da ipoteca. In questi casi, che sono la maggiorparte, hanno diritto al 100%. Talvolta tuttavia sono anche nella lista dei chirografari, dipende dal tipo di credito che hanno prestato».
E l’indotto, invece?
«L'indotto soffre, è chiaro. Uno dei casi più importanti che sono passati dalla mia scrivania è quello della Lucchini, che ad un certo punto ha pensato al concordato, ma che poi è passata all’amministrazione straordinaria, ma l’effetto è lo stesso. Ebbene, è finita che tante ditte che lavoravano per la Lucchini, sono state costrette a chiedere il concordato dopo aver perso i loro crediti. Mi vengono in mente anche nomi di aziende di grosse dimensioni come Toscana Impianti».
I licenziamenti insomma, almeno nell’indotto, sono una conseguenza spesso naturale di questa procedura...
«Il riflesso sul creditore è chiaro ed è normale che se gli tagliano i crediti è costretto a licenziare. Poi naturalmente dipende dalle dimensioni delle società».
I lavoratori dell’azienda che chiede il concordato invece sono tutelati al 100% anche dal punto di vista lavorativo?
«Guardi, in alcuni concordati è stata prevista anche la diminuzione della forza lavoro per la necessità di efficentare, come piano del concordato. Però magari con un accordo con la Regione, magari la cassa integrazione, si è ammortizzato. Eventuali licenziamenti possono essere impugnati dal giudice del lavoro e devono seguire le procedure. E’ chiaro tuttavia che i dipendenti sono molto più salvaguardati, rispetto alla filiera».
Nel caso specifico di Aamps, ci sarebbe una questione opposta: non si parla di riduzione di forza lavoro ma di assunzione di 42 lavoratori precari. Sarebbe possibile col concordato?
«Questa è una situazione particolare, perché questa società deve garantire un servizio. Bisogna vedere se i precari vanno a colmare un vuoto che manca. Certo, se devo essere sincero, era meglio quando queste società non potevano fallire».
Torniamo alla possibilità che venga accettato il concordato. Quante sono?
«Dipende da quanto viene concordato tra l’azienda ammessa al concordato e i creditori. Per i chirografari si oscilla a partire dal 20%, ma solo in questo tipo di concordato non c'è un limite. Ho visto concordati al 4-5 per cento con creditori che accettavano».
E’ impossibile dunque che i fornitori vengano pagati completamente?
«In tanti anni mi è capitato un solo caso in cui il debitore ha soddisfatto tutti i creditori, il Rosselba Camping Etruria. In quel caso la Cassazione sostenne che non si trattava di concordato, perché non ci sarebbe stato un vantaggio per chi l’aveva chiesto. In realtà il vantaggio c’era, perché i soldi dovuti furono dilazionati».
Praticamente una ristrutturazione del debito...
«Un’alternativa è proprio quella, prevista dall’articolo 182 bis. Anche in questo caso si passa dal tribunale ma non è un concordato e non dà adito al fallimento. Si spalma il debito ma non si abbassa. E i creditori sono garantiti su tutto il credito».
Perché un creditore dovrebbe accettare il concordato?
«E’ chiaro che il concordato non soddisfa i creditori, nasce apposta per dargli meno soldi. Tuttavia è una figura positiva perché consente alle imprese di continuare senza fallire e molte volte è guardato con favore dai creditori che non hanno interesse al fallimento».
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