Il Tirreno

Livorno

Le famiglie sfrattate irrompono in consiglio «Non possiamo dare le case della Chiccaia»

di Juna Goti
Un momento della protesta in consiglio
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Un momento della protesta in consiglio

Livorno, il segretario replica ai sindacati degli inquilini e fa chiarezza sul blocco di Shangai. «Allora ci penseremo da soli»

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LIVORNO. La tregua post elezioni è finita. Ieri pomeriggio il fronte della casa è tornato a invadere il consiglio comunale: nel salone sono arrivate a sorpresa decine di famiglie sfrattate, anche donne con figli piccoli e passeggini. Insieme ai rappresentanti del sindacato Asia Usb e all’Unione Inquilini hanno esposto cartelli, striscioni, distribuito volantini. Hanno criticato l’amministrazione comunale (accusata di «grave immobilismo»), chiesto di parlare con la giunta, dato vita a botta e risposta accesi con i consiglieri comunali presenti. Con una richiesta su tutte: «Firmate la delibera per destinare l’edificio della Chiccaia all’uso temporaneo delle famiglie sfrattate, come struttura plurifamiliare di emergenza abitativa». In pratica tamponare l’emergenza casa con gli appartamenti che via via si liberano, in attesa che il vecchio blocco venga demolito, come previsto dai piani di recupero. Ed è qui che i nodi vengono al pettine.

«Dalla giunta – dice ad alta voce Daria Faggi (Ui) – ci hanno detto che l’atto c’è ma il segretario non lo vuole firmare». Giovanni Ceraolo (Asia) raggiunge Giuseppe Ascione nel corridoio e gli fa la stessa domanda: «Perché non riassegnate in via temporanea le case che si stanno svuotando alla Chiccaia?». Così alla fine, dopo mesi di «faremo verifiche, vedremo...» è toccato al segretario generale dire quello che forse la parte politica non aveva mai detto chiaramente: «Non si può, è vietato dalla legge usare appartamenti che non sono più sicuri, non possono essere riassegnati».

Nel salone i sindacati annunciano battaglia. «Non è vero, e se non ce li danno ce li prendiamo», si lascia scappare Daria Faggi. Che poi chiarisce: «La situazione è drammatica, qui ci sono famiglie con bambini per strada. Continueremo la lotta finché non arriveranno soluzioni, in tutte le forme possibili tranne quelle violente». E «non sarò io ad occupare, ma se qualcuno occuperà lo sosterrò». «Questo è solo l’inizio – ripete infine – non ci fermeremo perché non abbiamo alternativa».

Tutto accade mentre anche le famiglie che vivono nel vecchio blocco popolare e che invece devono trasferirsi nelle case nuove di Corea (una trentina) sono in fibrillazione: «Ci avevano detto che entro il 30 settembre, al massimo i primi giorni di ottobre ci saremmo trasferiti, invece non abbiamo ancora ricevuto la lettera per firmare il contratto».

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