Il futuro del porto in una Darsena
La città in vetrina Bruxelles porta ufficialmente davanti al mondo il progetto della maxi-Darsena che, per singolare coincidenza, proprio all'Europa è intitolata
BRUXELLES. Il porto di Livorno porta ufficialmente davanti al mondo il progetto della maxi-Darsena che, per singolare coincidenza, proprio all'Europa è intitolata. E pensare che la scelta di chiamarla così era stata prefigurata negli anni '70 quando ancora non era nemmeno un sogno ma fantascienza. Bisogna capirlo una volta per tutte: il nostro destino passa sempre più spesso da Bruxelles.
Meno male che ce ne siamo accorti a cavallo fra l'estate 2010 e l'inizio dell'anno successivo: il dossier messo nero su bianco dalla Dg Move della Commissione Europea aveva tenuto Livorno fuori dalla porta dei 40 scali strategici per l'Europa. Se oggi ci ripresentiamo a Bruxelles a caccia di soldi è anche - anzi, forse soprattutto - per via di quel che avvenne cinque anni fa: ci avessero lasciato fuori dalla porta, probabilmente staremmo qui a leccarci le ferite e ad arrangiarci a gestire il declino del porto, l'"industria" numero uno della città. La nostra "Fiat" adesso che il commercio marca un arretramento quasi decennale nelle vendite, le imprese manifatturiere sono in affanno, l'artigianato idem e il pubblico impiego non può fare da ammortizzatore sociale perché deve dimagire.
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Stavolta siamo sì a Bruxelles – l'appuntamento è nel quartier generale della rappresentanza della Regione Toscana, una sorta di “ambasciata” nell'euro-capitale – per chiedere quattrini. Ma al mercato, non ai decisori politici e nemmeno alla tecnoburocrazia targata Ue. Un mare di quattrini: difficile credere che possano darceli per la nostra bella faccia. Anzi, a dirla tutta la faccia ce la metteranno un pisano (il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi), un genovese (il commissario dell'Authority Giuliano Gallanti) e un romano (il segretario generale di Palazzo Rosciano Massimo Provinciali). Davvero un mare di quattrini: la base di partenza è attorno di 350 milioni di euro, mica briciole. Da chiedere ai big dell'imprenditoria privata internazionale. Qualcuno di loro – compresi i cinesi e i urchi di Yildirim – ha già fatto capolino: nei contatti che i funzionari dell'Authority hanno avuto nelle missioni sulla piazza finanziaria londinese e al summit in Fortezza Vecchia.
Se tutto questo è stato possibile, dicevamo, dipende in buona misura dal fatto che, dopo un (bel) po' di distrazione iniziale, il Bel Paese è andato in pressing sulle euro-autorità e ha strappato l'inserimento di Livorno nella mappa dei porti interessati dai corridoi Ten-T di interesse europeo in vista del 2030. Con un obiettivo strategico: questi sono gli scali sui quali l'Europa concentrerà gli investimenti perché queste sono le banchine attraverso le quali l'import e l'export europeo gestiscono l'interscambio commerciale con il resto del mondo. E siccome l'Europa non è la Fatebenefratelli, significa che il porto sarà un po' meno una bega tutta chiusa nel recinto livornese e un po' più cosa europea: siamo sicuri che questa cessione di un pezzo di sovranità sia un male?
Eppure quella battaglia per far rientrarci fra gli euro-porti non elettrizzò granché la città: non fosse stato per le sollecitazioni della Regione Toscana, il lavoro parlamentare del senatore Marco Filippi e per la Cgil che fece fuoco e fiamme, è probabile che ne avremmo parlato come della contesa per riuscire a ottenere un cavalierato o un titolo onorifico di mezza tacca. Invece nell'allora governo Berlusconi, sospettato di aver fatto lo sgambetto a Livorno o comunque di non essersi speso molto per farlo inserire nel lotto, sulla graticola finì il ministro livornese Altero Matteoli. Alla fine proprio Altero Matteoli otterrà il risultato e proprio Enrico Rossi, che da avversario politico non era stato certo tenero nei confronti del ministro Pdl, manderà i ringraziamenti.
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