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Cipressi, quelle chiome ci appartengono
Un epidemia sta falcidiando i cipressi toscani. L'intervento dello storico, docente all’Università del Molise e membro della Società dei Territorialisti
Con i cipressi lungo le strade rischiamo di perdere un elemento caratteristico del paesaggio toscano. Alle malattie, che in passato hanno colpito altre piante, come l'olmo, si aggiunge l'incuria dell'uomo. Non solo i cipressi, ma tutti i viali alberati sono sotto attacco. Sotto la spinta emotiva di qualche grave incidente, dimenticando la responsabilità di errate strategie gestionali della mobilità, sono le tradizionali alberature a finire sotto accusa. Qualcuno propone addirittura l'abbattimento indiscriminato di interi filari di piante, ignorando le funzioni che questi hanno a lungo svolto e che in qualche misura possono ancora svolgere.
I viali alberati sono la più antica forma d'inverdimento ai bordi delle strade. Tiglio, acero, quercia, platano, pino, ma anche noce, carpino, faggio, gelso, cipresso: queste le piante che più frequentemente incontriamo. Per lungo tempo si è usato soprattutto l'olmo, prima che una aggressiva malattia fungina (Ophiostoma ulmi) ne falcidiasse i filari.
[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.12085921:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2015/09/13/news/il-nostro-paesaggio-arrugginito-dall-insetto-killer-1.12085921]]Le alberature stradali, simili per certi aspetti alle alberature che segnano i confini dei campi, hanno rivestito nel corso del tempo, ruoli e funzioni produttive: nate per delimitare meglio la strada, dare ombra agli uomini e alle bestie, favorire la tenuta idrogeologica della carreggiata, assicurare materiali vegetali. legname, foglie, frutti, difesa dal vento e dalla pioggia, esse costituivano un ambiente adatto agli spostamenti degli animali e delle persone. Per tutti questi motivi le alberature stradali hanno rappresentato un segno quasi indelebile, un elemento di resistenza al processo di banalizzazione del paesaggio che ha preso piede soprattutto nell'età contemporanea.
Nell'age of oil, o età dell'automobile, molte di queste funzioni non risultano più compatibili con gli stili di vita e le modalità degli spostamenti, ma non è fuori luogo domandarsi quante e quali di esse possono essere attualizzate o addirittura rilanciate nell'ottica di una nuova mobilità sostenibile. Dove sono finiti oggi i grandi viali alberati? Perché sono soffocati dall'incuria e dall' invasione delle macchine? Se lo chiedeva qualche anno fa Pietro Citati, che lanciava il suo j'accuse per le fronde messe a repentaglio dallo smog e dalle malattie. Ma si deve pensare soprattutto alle battaglie di Antonio Cederna, uno dei padri dell'ambientalismo, che parlava di "guerra agli alberi" per denunciare i tagli indiscriminati, tra anni '50 e '60, dei filari di alberi che "senza colpa né peccato" ombreggiavano le strade statali.
Il paesaggio stradale è molto cambiato e sempre più, al posto degli alberi sono stati inseriti altri elementi. La strada contemporanea ha visto affermarsi in modo sempre più massiccio i tunnel a ogni minimo rilievo del terreno, le palizzate fitte dei lampioni e dei tabelloni pubblicitari, le barriere antirumore, le scarpate cementificate e soprattutto le abusate rotonde.
Forse è giunto il momento di ripensare a una estetica delle strade che parta dalla lettura del territorio e non dalla priorità dell'automobile, dalla qualità del viaggio e non dall'ansia della meta. In questo senso la salvaguardia delle alberature tradizionali, dei ruoli e delle funzioni che esse hanno svolto nel tempo, è utile per ricostruire un rapporto equilibrato tra infrastrutture e paesaggio. Gli alberi isolati sopravvissuti ai bordi delle strade sono da salvaguardare come parte significativa del patrimonio arboreo del Paese, considerando tutte le possibili soluzioni alternative all'abbattimento. Dobbiamo ritrovargli un senso, una dignità e un'utilità, senza dimenticare che la strada è anche un segno culturale impresso sul territorio.
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