Il Tirreno

Livorno

Falle nella nave e nel bacino

di Lara Loreti

Anche la struttura galleggiante è danneggiata. Sentiti sette testimoni

4 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Di Urania, visibile, resta solo la prua. Tutto il resto è sprofondato nelle acque del Bacino galleggiante. La nave oceanografica, usata dal Cnr, è sotto sequestro. Semiaffondata, ha portato con sé i misteri di un incidente sul lavoro che ha ferito l’intera città, con un morto e dodici feriti: tutto l’equipaggio coinvolto. E a sprofondare è stato lo stesso bacino, che è rimasto danneggiato nel corso dell’incidente. Secondo i primi accertamenti fatti dagli investigatori della polmare e della capitaneria di porto, la struttura galleggiante è arretrata di circa un metro e mezzo a causa di alcune falle causate dall’incidente.

Ma cosa c’è invece a monte?

Urania stava per essere messa a secco, dopo una riparazione, quando qualcosa è andato storto. Prima s’è evidenziata una falla nella chiglia della nave, tanto che la squadra di sommozzatori s’è immersa per capire quale fosse il danno e quindi per ripararlo. Poi Urania inizia a traballare e si inclina da un lato. Si è rotto un puntello? Si è spostata una taccata? Le domande sono tante e per ora senza risposta: gli investigatori, guidati dalla pm Antonella Tenerani, sono al lavoro per riempire i tanti vuoti lasciati dalla tragedia successa martedì sera nel Bacino di galleggiamento. Ieri c’è stato un summit in procura a cui hanno preso parte forze dell’ordine ed enti vari, vigili del fuoco compresi. Esperti e tecnici che hanno buttato giù un piano di lavoro fatto di consulenze e analisi della situazione, in primis della struttura del bacino che tanto ha fatto e continua a far parlare di sé.

Il Bacino galleggiante è formato da una griglia di taccate di acciaio che, secondo gli esperti, possono sostenere fino a 200 tonnellate di peso l’una. A queste, per le navi più piccole (tipo yacht) si aggiunge una serie di puntelli laterali, che servono per non fare spostare la nave, l’opposto di quello che è accaduto all’Urania, che ha traballato prima di inclinarsi. A chi insinua che le taccate della struttura siano vetuste, l’Autorità portuale risponde che lo scorso dicembre sono arrivate 180 taccate nuove (appalto aggiudicato nel novembre 2011) e che le stesse sono già state utilizzate per altre navi, anche più pesanti. «Le nuove taccate sono fatte per sorreggere navi fino a 180 metri di lunghezza e a 18mila tonnellate di stazza», dicono dall’Authority. Secondo l’Ap, dunque, è impossibile che una taccata si sia rotta. Potrebbe però essersi spostata. Oppure potrebbe essersi rotto un puntello laterale. Un’altra ipotesi è che nella stesura o nella realizzazione del piano di posa (che viene messo giù dai tecnici a seconda della carta di identità della nave, in modo tale che lo scafo si adagi perfettamente sulla sella di taccate e puntelli che la deve ospitare), possa esserci stato un errore. Un’ardua sentenza.

Analisi dei documenti. Sarà compito dell’ Asl dare la caccia a tutta la documentazione di bordo relativa alla sicurezza, dal piano di posa ai fogli sulla valutazione dei rischio. Sarà fatta anche la verifica di tutte le ditte che hanno concorso ai lavori per capire se siano stati svolti a regola d’arte. L’indagine tecnica dovrà poi fornire una risposta a domande come chi abbia messo taccate e puntelli. In base a quanto appreso, le prime fanno parte del bacino, il quale è di competenza dell’Autorità portuale e che, dalla vendita del Cantiere, è stato provvisoriamente affidato a Benetti. I puntelli, invece, vengono predisposti a misura dalle ditte che devono lavorare sulle singole navi.

Si indaga anche sulla sicurezza a bordo. I fusti e tutto il materiale che era sopra la nave sono caduti addosso all’equipaggio, che si trovava a poppa. Gabriele Petrone, napoletano di 38 anni, elettricista di bordo, ha perso la vita. E tutti gli altri membri dell’equipaggio sono rimasti feriti. Ma perché tutto quel materiale a bordo non era fissato? E cosa ci faceva tutto l’equipaggio a poppa, la loro sicurezza a bordo era garantita?

La verità potrebbe arrivare dalla telecamere del porto che hanno ripreso la scena terribile dell’incidente. Immagini che sono state acquisite dagli investigatori della polmare, guidati dal dirigente Ilario Sartori, e consegnate in procura per essere analizzate. In quei filmati ci potrebbero essere alcune delle risposte ai tanti perché della tragedia dell’Urania.

Per cercare di ricostruire al meglio la dinamica dei fatti, gli investigatori della polmare hanno ascoltato sette testimoni: il comandante della nave, due imbarcati e alcune persone che erano a terra. Ascoltata anche la testimonianza di uno dei feriti.

Inquinamento. Nel corso dell’incidente, dei fusti sono finiti in mare. Alcuni contenevano del carburante. Già martedì sera la Labromare è intervenuta sul posto e ha effettuato un primo lavaggio. Le operazioni sono state seguite dalla Capitaneria di porto che ha constatato che fortunatamente non ci sono problemi per di inquinamento: lo sversamento è stato limitato e il mare già ripulito dalla ditta specializzata.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Meteo

Maltempo in Toscana, scatta l’allerta gialla: temporali forti, vento e grandine – Ecco dove

di Redazione web