Il Tirreno

Livorno

È morto don Leoni, il “prete rosso”

di Mauro Donateo

Sempre in prima linea dalla parte degli ultimi, fondò la Comunità Impegno. Le sue omelie erano provocatorie e schiette

3 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Si è spento nella sua casa di via del Bosco, nella notte di mercoledì 26 agosto. Era malato da molto tempo don Carlo Leoni, e nell’ultima settimana si era aggravato ulteriormente. Numerosi i fedeli affezionati che lo hanno sostenuto fino alla fine. I funerali si svolgeranno oggi,alle ore 16 presso la chiesa della Purificazione in via della Madonna. Lui, da sempre ribelle e per alcune sue posizioni definito spesso “prete rosso”, è stato tra i fondatori dell’esperienza cristiana di base “Comunità Impegno” nel 1970. È da questo percorso che sono nate l’omonima cooperativa sociale (ancora oggi impegnata nei servizi di assistenza domiciliare ai malati), e il Centro Mondialità Sviluppo Reciproco, da sempre attento alle problematiche del Terzo Mondo. Nato il primo marzo del 1930 a Bussolengo (in provincia di Verona), il padre falegname e la madre casalinga, don Carlo era il terzo di cinque figli. Entrato presto in seminario (aveva tredici anni) era arrivato a Livorno per terminare gli studi nel 1955 grazie a monsignor Pangrazio. Proprio per il fatto di venire “da fuori”, don Leoni non era stato accolto bene dal clero livornese, e anche in seguito solo in pochi avevano stretto con lui un legame particolare. Tra questi, il sacerdote amava ricordare don Roberto Corretti e don Mauro Del Nevo, ma anche verso monsignor Ablondi aveva stima e riconoscenza, visto che spesso lo aveva difeso in alcune occasioni. Le omelie di don Carlo, provocatorie e schiette, dove non si peritava a criticare anche alcuni aspetti della Chiesa, erano fatte quasi sempre tra i fedeli e non dal pulpito. Elemento che dava fastidio a qualcuno, mentre per altri era un modo per sentirlo più vicino. La prima esperienza pastorale di don Leoni fu a Rosignano Solvay, poi nel 1960 divenne parroco a Parrana (per undici anni), dove riuscì a fondare la “Casa dell’amicizia”, un centro di accoglienza per tossicodipendenti. Ma anche la sua abitazione era sempre aperta a chiunque avesse bisogno. Inoltre, è stato cappellano in Duomo e ha fatto da viceparroco in diverse parrocchie (al Rosario e a Sant’Agostino). Il suo servizio di presbitero, però, è segnato da quei 25 anni spesi da cappellano nei cimiteri (Misericordia, Purificazione e Lupi) a celebrare, come lui stesso teneva a sottolineare in modo meticoloso, «6483 funerali». Per qualcuno una risorsa sprecata, ma per don Leoni è stata un’esperienza importante, sfruttandola per conoscere moltissimi livornesi. Da mettere in evidenza anche l’insegnamento della religione nelle scuole e il servizio svolto nei centri di ricovero di via Galilei, del Pascoli e di Villa Serena. Episodio da ricordare della vita di don Carlo è l’invasione di Praga: infatti, il sacerdote la notte tra il 20 e 21 agosto del ’68 era nella capitale cecoslovacca insieme ad altri otto giovani livornesi, a causa di un gemellaggio nascosto con i cristiani del posto. Alloggiato nel palazzo arcivescovile, anche la sua stanza fu colpita dai carri armati sovietici (per sua fortuna, però, non si trovava in camera). Ma sono stati i viaggi in Tanzania, India (dove andò con don Nesi e conobbe Madre Teresa di Calcutta), Bangladesh, Burundi e Nicaragua a incidere nel suo sacerdozio, sviluppando un’attenzione particolare per i poveri e portando nella nostra realtà le parole “mondialità” e “reciprocità” a lui tanto care e fino allora poco conosciute. Infine, don Leoni, iscritto da molto tempo alla Società per la Cremazione, ne è stato anche il primo cappellano in Italia.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il caso

Lucca, botte e insulti razzisti al professore scambiato per il compagno della ex

di Pietro Barghigiani