Il Tirreno

Livorno

Addio al “creativo rosso” Si è spento Oriano Niccolai

di Mauro Zucchelli
Addio al “creativo rosso” Si è spento Oriano Niccolai

È stato l’innovatore della comunicazione politica negli anni ’60-70 per il Partito comunista Era l’inviato speciale di Botteghe Oscure per le campagne elettorali al fianco di Berlinguer

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LIVORNO. Esterno notte, Cagliari, prima metà anni ’60. Quanto sono diversi eppure quanto sono uguali quei due tipi a zonzo sul lungomare. L’uno è toscano e gioviale: parla, spiega, argomenta. L’altro, sardo e chiuso: se ne sta zitto e sembra vagare con i pensieri chissà dove. Il primo è Oriano Niccolai, giovane funzionario Pci mandato da Botteghe Oscure in missione sull'isola; il secondo è Enrico Berlinguer, allora numero due dei comunisti sardi, prima di diventare il leader che costruirà il più grande partito comunista d'Occidente negli anni '70. Esili l’uno più dell’altro: basti pensare al Berlinguer che sembra uno scricciolo in braccio a Roberto Benigni che un gigante non è.

Ricordare questo fotogramma adesso che Oriano non c'è più non vuol dire rammentarne le amicizie importanti ma, al contrario, vederlo con gli occhiali di un modo così berlingueriano di fare politica: «Carriera politica? Zero. Mai diventato nemmeno consigliere di circoscrizione», diceva di sé Oriano. Figurarsi che con Berlinguer aveva diviso l'appartamentino del partito, talmente frugale da sembrare una celletta francescana.

Non fatevi ingannare dal carattere mite, per tipi così ci vuole coraggio da esploratore.

L'aveva fatto in Sardegna, appunto: a dorso di mulo per girare un documentario per raccontare le voci di dentro dell'isola, banditismo incluso.

L'aveva fatto per una dozzina di anni fra Sicilia e Calabria: a tu per tu con Pio La Torre ammazzato dalla mafia; e anche lui l'aveva passata liscia per un pelo, visto che a Caltanissetta i fascisti gli sparavano contro le finestre e che in extremis scansò a Catania il ricovero in ospedale dal quale gli avevano preannunciato sarebbe uscito solo morto.

L'aveva fatto andando alla scoperta della grafica: inventando un filone di comunicazione politica che ne aveva fatto il creativo del Pci («le grandi agenzie gli facevano ponti d’oro ma non erano i soldi quel che gli interessava», racconta il figlio Gianni).

IL DNA DEL RIBELLE

Del resto, un po’ di sangue ribelle l’aveva nel dna, come dicono i familiari. Il nonno apparteneva al ceppo del banditismo sociale tipo Tiburzi («per dieci anni alla “macchia”»), lo zio aveva tirato una fucilata al fattore che voleva la sua promessa sposa, un altro parente era scappato con lo schioppo dalla visita di leva...

No, niente ascesa per li rami della politica dentro le istituzioni. Neppure la qualifica ufficiale di giornalista («non ho patenti, neanche quella per guidare», scherzava lui).

FRA RODARI E I TAVIANI

Però sarebbe davvero sciocco limitare l'attività di Oriano Niccolai – 85 anni, compleanno nello stesso giorno del giudice Falcone, di papa Wojtyla e dell’architetto Gropius – entro il perimetro delle convenzioni linguistiche che lo catalogavano come funzionario di partito addetto alla propaganda: guai a crederlo solo come un oscuro apparatnicki sovietico, rinchiuso nelle logiche astruse della fedeltà ottusa all'organizzazione. Semmai, il contatto con gli intellettuali come Nanni Loy, gli scontri perfino con mostri sacri come Renato Guttuso su come si dovesse fare un manifesto, l’amicizia dei fratelli Taviani e di Morricone (così come di Gianni Rodari che, in una delle sue storie per ragazzi, gli avrebbe ritagliato addosso la figura di Giovannino Perdigiorno, tanto era trasognato il modo di Oriano di leggere la realtà sempre a caccia di un “altrove”, di cartelli che portassero scritto “più in là”).

In effetti, la sua proverbiale distrazione cos’era se non un continuo vagare nei propri pensieri per trovare uno spunto? Dietro tutto questo c’era l’idea di un impegno gratuito e totale, di una appartenenza a una comunità prima ancora che a un partito. Il suo Pci non era un covo di verginelle ma – racconterà in una delle rare interviste – «sentivo che eravamo un “noi” invece che solo la somma di tanti “io”», sentiva che i legami non erano «svaporati come gazzosa sfatta».

L'imprinting gli veniva da quella straordinaria invenzione che è stata il “nido delle aquile”: un bugigattolo della federazione Pci in zona Attias dov'era la covata di un team di intelligenze più attente alla letteratura francese che alla nomenklatura bulgara. C'erano cervelli come Silvano Filippelli («oggi ingiustamente dimenticato», diceva Oriano), come Mario Lenzi che inventerà un modo di fare giornali e giornalismo, come Badaloni e Bartalucci.

IL DUBBIO E L’ARTIGIANO

Proprio nel cuore del suo ufficio stampa e propaganda, anziché il pilastro delle granitiche certezze di partito, c’era paradossalmente la cultura del dubbio: nasceva dal fatto che stava al crocevia: da un lato, l’abnegazione dell’operaio che vendeva l’Unità di casa in casa; dall’altra, la frequentazione di figure come Tono Zancanaro, Renato Guttuso o Albe Steiner che hanno lasciato una impronta forte nella comunicazione grafica.

Il terzo ingrediente della ricetta era una straordinaria abilità manuale: da artigiano della comunicazione in mancanza di quattrini, si ingegnò a fare le matrici con il traforo. Con qualche idea folgorante anche per la festa dell'Unità targata Livorno; nel '63 una freccia illuminata a Villa Regina, poi un dado tutto luce, a fine an ni ’70 un neon lungo 350 metri alla Rotonda.

Ma quel che vedeva oggi nella comunicazione politica non gli piaceva più. L’aveva detto al Tirreno: «La ricerca dell'effetto scenico è proporzionale all'assenza di cose da dire: devi fare tanti fiocchetti sulla scatola se dentro non c'è nulla. E la ricerca del consenso è un tentativo di catturarlo, impossessarsene e giocarselo ai tavoli che contano. Ma, secondo me, non c'è un “noi”».

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