Il Tirreno

Livorno

Viaggio nella struttura della discordia

di Giorgio Carlini
Viaggio nella struttura della discordia

Lo sfogo: «Mangiamo solo pasta e pollo una volta a settimana». Il gestore: «Non posso dire niente»

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LIVORNO. «Ici tout va mal». Qui va tutto male. Lo ripete più volte, in francese, uno degli immigrati ospitati nel centro ex Sant'Anna, situato tra l'omonima via e il viale Caprera. Si chiama Fabrice, è uno dei tanti profughi che ieri mattina hanno protestato davanti alla questura, ma è l'unico a parlare nel pomeriggio: dopo l'incontro con la prefetta, gli immigrati spiegano di voler confrontarsi tra loro prima di dire qualcosa. Nonostante il silenzio, che pure stride con la rumorosa manifestazione di poche ore prima, bastano i volti, gli sguardi, qualche gesto e qualche parola per capire il clima di forte stress e tensione che si vive nella struttura nel cuore della Venezia.

Quando nel primo pomeriggio arriviamo al centro, lato via Sant'Anna, quasi tutti i profughi sono rientrati nelle loro stanze, ma c'è anche chi resta sulla scalinata all'ingresso della struttura per fronteggiare il caldo con la corrente d'aria che circola nei corridoi. Appena entriamo nell'atrio due giovani sollevano gli occhi dal cellulare, si tolgono le cuffie per la musica e ci vengono incontro. Spieghiamo che siamo giornalisti e che siamo lì per approfondire le ragioni della loro protesta. Uno dei due ci fa cenno di aspettare e va a chiamare gli altri compagni.

Da lì è un continuo rimandare a questo o a quel ragazzo. Si intuisce che la voglia di parlare non è la stessa della mattina. C'è chi prova a rivolgersi a noi con poche frasi in cui l'italiano si mescola al francese o all'inglese, ma subito viene interrotto da altri che sembrano voler riportare al silenzio tutti i membri del gruppo. Un uomo con una maglia gialla e rossa si fa portavoce degli immigrati: parla in un inglese stentato e si fa aiutare dall'unico ragazzo che conosce un po' meglio l'italiano: ci informa che prima di parlare con i giornalisti vogliono decidere tutti insieme cosa dire, perché c'è chi ha paura che qualche parola di troppo possa peggiorare la situazione.

Poco dopo si presenta all'ingresso un operatore che presta servizio al centro: ci avvisa che per avere informazioni dobbiamo parlare con il direttore della struttura, che però non è presente in sede. Gli lasciamo il nostro contatto telefonico: a quel punto gli stessi profughi ci chiedono un recapito. Poi, visto che intanto i toni si fanno più accesi e qualche immigrato manifesta la propria insofferenza per la situazione che si è venuta a creare nell'atrio, decidiamo di uscire e tornare in strada.

Fuori veniamo raggiunti da Fabrice, che esordisce col “tout va mal”. Gli domandiamo perché va tutto male, e gli chiediamo conferma sul fatto che grazie al centro hanno comunque assicurati cibo e vestiti. «Tu come ti sentiresti - chiede di rimando - se mangiassi tutti i giorni le stesse cose e indossassi sempre il solito e unico vestito?». Poi aggiunge: «Mangiamo solo pasta. Solo una volta a settimana c'è il pollo. Se non ci nutriamo in modo corretto ci ammaliamo, e i pochi soldi in tasca non bastano per comprare le medicine». Fabrice viene dal Congo, ma precisa che la maggior parte dei suoi compagni (tutti maggiorenni) arriva dalla Nigeria, dal Gambia, dal Senegal o dal Marocco. «C'è chi è qui da nove mesi - continua - chi da un anno. Ogni giorno è uguale all'altro, stiamo qui senza poter fare nulla. Vogliamo lavorare, ma senza documenti e autorizzazioni non è possibile».

Per avere una replica sulla questione ci rivolgiamo ai responsabili della struttura. Nel corso della prima (e unica) telefonata con il direttore ricaviamo solo poche frasi: «Abbiamo spiegato ai ragazzi quali sono i loro diritti e doveri, ma non hanno capito che così rischiano di darsi la zappa sui piedi. Sono persone richiedenti asilo politico, ma queste iniziative possono rivelarsi controproducenti». In seguito proviamo a ricontattare il direttore del centro. Ma anche lui, come gli stessi ospiti della struttura, si trincera nel silenzio. Con un sms ci comunica che solo la prefettura è autorizzata a parlare. Chiediamo se può dirci almeno il nome e spiegare come funziona l'organizzazione di stanze, cibo e vestiti. Nell'ultimo messaggio ricevuto esprime rammarico e ripete di non poter rispondere.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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