Il presidio
L’invasione dei materassi
Di fronte alla clamorosa protesta, Nogarin annuncia lo stop ai piani recupero
LIVORNO. Le tende da campeggio montate nel salone dell’anagrafe, quegli uomini che si dirigono verso il Comune con i materassi in spalla come nel bel mezzo di uno sgombero, quei giacigli improvvisati per terra, uno accanto all’altro tra le panche e gli sportelli, sono la foto della città che vive con l’incubo di una casa che non c’è.
E’ passata da poco l’ora di pranzo, il sole affoga l’aria e mentre tanti livornesi si godono il pomeriggio al mare, in centro va in onda l’occupazione del palazzo nuovo del Comune. E’ la protesta dei disperati, famiglie sotto sfratto e famiglie che da mesi abitano in edifici fatiscenti, quelli che dormono in quattro in una stanza, ospiti d’amici o di parenti, e quelli che si sono rifugiati abusivamente negli ex ambulatori dell’Asl di via Ernesto Rossi, negli ex uffici dell’Enel sui fossi o in quelli della circoscrizione Uno alle Sorgenti. Un pot-pourri di gente e di storie, con un sogno-dramma in comune: quel rifugio o quel nido, chiamatelo come volete, fatto da un tetto e da quattro mura.
Sono le 15.30 quando un centinaio di persone si radunano davanti al municipio. Poco dopo arriva un furgone carico di materassi. Si ferma all’angolo della piazza. Gli uomini vanno a scaricarli e li portano in spalla nel salone dell'anagrafe dove nel frattempo sono arrivate le donne insieme ai bambini. «Dormiremo qui, vogliamo che l'amministrazione faccia chiarezza sulle politiche abitative e sui piani di recupero», dicono. «Fino a quel momento non ce ne andremo».
Nel mirino c’è l’assessore al sociale Ina Dhimgjini e ci sono gli abbattimenti decisi per i blocchi della Chiccaia a Shangai e di via Giordano Bruno a Fiorentina, su cui da tempo è in corso un’aspra battaglia: demolirli e ristrutturarli secondo i piani di recupero o utilizzarli subito per chi non ha un tetto oggi? «L’assessore ha scelto la via più semplice, un programma repressivo nei confronti degli assegnatari delle case popolari per raccogliere consensi facili», accusano gli occupanti supportati dal sindacato inquilini Asia Usb.
Ma l’attacco alla Dhimgjini - definita polemicamente renziana in una nota dello stesso sindacato - è un attacco a tutta l’amministrazione a 5 Stelle, una rivolta, un anno dopo il ballottaggio, davanti allo scotto toccato dalla giunta della differenza che c’è tra la campagna elettorale e il governo di una città, tra ciò che si vorrebbe fare e ciò che si può davvero fare.
«Il programma di demolizione di centinaia di alloggi popolari va avanti senza tregua - accusano gli occupanti -. Nonostante le promesse elettorali, da giorni diversi operai sono a lavoro per distruggere decine e decine di alloggi pubblici. Non c’è alcuna traccia delle promesse elettorali neanche in fatto di tassazione dello sfitto, nessuna traccia di strutture pubbliche da riutilizzare per l’emergenza abitativa. E a fronte di ciò si inizia a parlare di acquisto di baracche prefabbricate per sistemarci gli sfrattati e chi si trova in difficoltà economica».
La protesta è decisa, si vede dagli occhi di questi babbi e mariti che non hanno nessuna intenzione di andarsene. Ma è anche pacifica. Nessuna interruzione delle operazioni dell’anagrafe, nessun danno. Gli impiegati continuano a lavorare, mentre i bambini scorrazzano facendo lo slalom tra i passeggini parcheggiati qua a là e le mamme sedute sulle panche sembrano normali donne in fila per la carta d’identità quando invece l’identità nascosta dietro alle loro facce è quella di persone stremate. I vigili urbani osservano senza intervenire, così come polizia e carabinieri in borghese. Si guarda l’orologio, soprattutto. La dead line è fissata alle 17.30, orario di chiusura degli uffici. E’ in quel momento che la presenza in municipio dei manifestanti si trasformerà in occupazione. Proprio a quell’ora però dall’ufficio del sindaco arriva un segnale: Nogarin è disposto a ricevere una delegazione. Scortati dai vigili urbani in cinque escono dal palazzo nuovo e salgono le scale del municipio. Entrano nella stanza del primo cittadino. Vi restano una mezzora abbondante. Quando escono le loro facce sono più distese. «Il sindaco ci ha annunciato la volontà di bloccare i piani di recupero», dicono. «Non è riuscito a darci una tempistica definitiva, ma è stato chiaro: c'è un progetto in elaborazione negli uffici per bloccare l'abbattimento e la ricostruzione dei blocchi di via Bruno e della Chiccaia».
E’ la risposta che volevano, forse anche di più. Ma non basta ancora. Non si fidano. Perché sanno bene, gli occupanti, che si tratta di un impegno politico forte: i piani di recupero sono già stati finanziati, molti proprietari degli alloggi da demolire hanno già raggiunto l’accordo per l’esproprio. E poi per ristrutturare o semplicemente rendere abitabili alcuni dei palazzi in questione servirebbero milioni di euro. E’ per questo che vogliono che le parole che Nogarin ha speso con loro, a porte chiuse, siano confermate pubblicamente.
I cinque fanno ritorno nella hall dell’anagrafe, dove le forze dell’ordine stanno cercando di convincere gli occupanti a lasciare il palazzo. C’è un consulto veloce. «Non ci muoviamo di qui, fin quando il sindaco non ufficializza le sue promesse», è la decisione. La svolta arriva grazie ad un consigliere comunale, Elisa Amato, capogruppo di Forza Italia. Sono le 18.30 quando fa capolino nel salone. Parla con i capi della protesta. Poi dice: «Se chiedo al sindaco di confermarmi ciò che vi ha detto, mi garantite che interromperete l’occupazione?». Quelli annuiscono. La Amato esce, telefona a Nogarin. «Ho una parola sola», le risponde il sindaco. «Questi ragazzi devono avere fiducia in ciò che gli ho detto», aggiunge. La consigliera di centrodestra torna nel palazzo nuovo: «Il sindaco mi ha ribadito la sua intenzione di bloccare i piani di recupero, ci ha messo la faccia», racconta. E’ la frase magica per interrompere la tensione. Arriva il rompete le righe e in pochi minuti attorno alle 19 tutti escono dal Comune e tornano ai loro drammi.
Ma è solo una tregua, non la fine della battaglia, annunciano. «Abbiamo deciso di dare ancora fiducia al sindaco - commenta Giovanni Ceraolo, del sindacato Asia Usb -. Ma ci aspettiamo fatti concreti, in breve tempo. Presto torneremo alla Chiccaia per vedere se c’è stato un cambio di passo. Non potremo aspettare molto, perché se vanno avanti con le demolizioni al ritmo attuale, già tra un mese non ci sarà più niente. Possiamo aspettare al massimo settembre, a quel punto vogliamo il riutilizzo immediato degli alloggi interessati dai piani di recupero. Ma intanto rimane il problema della quotidianità: tre famiglie continuano a vivere in tenda, domani (oggi, ndr) uno sfratto ne metterà in strada un’altra dopo che il 25 giugno ci sono finiti babbo mamma e un bimbo di 4 anni e poco prima una ragazza con un figlio di 7».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google