Il Tirreno

Livorno

Immigrati: Rossi vuole accoglierli, Zaia chiama alla rivolta

di Mario Neri
Enrico Rossi e Luca Zaia
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Enrico Rossi e Luca Zaia

I supergovernatori di Toscana e Veneto hanno due idee opposte su come gestiere i profughi. Per Rossi serve un'accoglienza diffusa. Per Zaia le prefetture devono ribellarsi al governo

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«L'Italia ha il dovere di salvare i migranti in mezzo al mare, fa parte del nostro Dna e della nostra storia» dice orgoglioso Enrico “il toscano” al tavolo con gli altri governatori. «I prefetti devono ribellarsi, rispettare le istanze dei territori, e non rispondere più al telefono al governo», spara invece di fronte alle telecamere, prima di entrare nell'arena di Palazzo Chigi, Luca il “veneto”.

Rossi richiama la Carta repubblicana, i diritti fondamentali. Zaia taglia corto, ribadisce il suo «no ai migranti». Il presidente della Toscana punta al cuore e alla testa, quello del Veneto alla pancia.

Non c'è nulla che li accomuni. E i due ieri sono diventati una sorta di emblema delle due visioni contrapposte con cui il Paese sta affrontando l'emergenza umanitaria, due poli istituzionali portatori di ricette agli antipodi. Proprio nel giorno in cui il premier Matteo Renzi convoca a Roma i leader delle regioni e l'Anci per elaborare una strategia sull'accoglienza (ma il piano B ancora deve prendere corpo), il ministero dell'Interno invia nuovi bollettini alle prefetture. La Toscana accoglierà altri 406 disperati dei barconi, 356 sono arrivati ieri, altri 50 verranno distribuiti nei centri temporanei oggi, e la rete dovrà prepararsi ad assorbirne almeno 1300-1400 nel prossimo mese. Ormai ha superato quota 4.000.

[[atex:gelocal:il-tirreno:livorno:cronaca:1.11679367:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/livorno/cronaca/2015/06/26/news/il-personaggio-1.11679367]]Così Rossi rilancia ancora una volta il modello dell'accoglienza diffusa, si appella al diritto internazionale, all'unità della nazione e alla responsabilità delle autorità locali: «Abbiamo bisogno di un Paese unito per chiedere all'Europa di fare la sua parte. Non dico che il fenomeno non sia un problema, ma l'ospitalità diffusa abbiamo visto che funziona. Noi siamo tranquilli, reggiamo». In Toscana però «150 Comuni non hanno ancora alcuna presenza, basta che i bandi delle prefetture per la ricerca di posti si concentrino lì. Ero molto più preoccupato nel gestire la vicenda dei 400 lavoratori, che hanno avuto chiusi gli stabilimenti della Smith e della People Care, che non a gestire l'arrivo di 400 immigrati che saranno destinati nei Comuni che ancora non hanno avuto nessun fenomeno di accoglienza. Ci baseremo ancora sul volontariato, sui sindaci».

Rossi dunque va a caccia di una soluzione, il leghista agita lo spettro dell'invasione. E se adesso perfino il leader del partito e del governo mostra cautela e prova ad attutire l'effetto Salvini («I richiedenti asilo si accolgono, i migranti economici si rimpatriano», dice ai governatori Renzi), nel suo intervento Rossi richiama l'articolo 10 della Costituzione, che «garantisce il diritto d'asilo agli stranieri ai quali siano negati nei paesi di origine le libertà fondamentali», parla di permessi di soggiorno umanitari, di ricongiungimenti garantiti proprio dal patto di Dublino, e soprattutto rivendica il suo modello.

[[atex:gelocal:il-tirreno:site:1.11679223:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.11679223:1652090338/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Il governatore non commenta le dichiarazioni del collega, ma si capisce che l'aria è elettrica. Al tavolo Zaia è seduto alla sua destra, li divide solo Roberto Maroni, l'altro colonnello leghista del no ai nuovi arrivi, il presidente lumbard che minacciò con i tagli i sindaci del sì. Entrambi criticano l'esecutivo per «non aver detto nulla di nuovo» (Zaia) e organizzato «una riunione assolutamente inutile» (Maroni). Spingono sul tasto “respingimenti”. La ricetta del governatore è l'altra faccia della medaglia, il suo è il volto dell'accoglienza sostenibile. Zaia, invece, non è più il leghista “bianco”, l'anima moderata del Carroccio. Anche lui è ormai uno dei ruspisti di Salvini. Due giorni fa ha chiesto l’«immediata espulsione per tutti i migranti che si rendono protagonisti di comportamenti aggressivi, prepotenti o violenti» e ieri, in nome della difesa del territorio e dei «civili veneti» che «solo in 5 Comuni su 580 vogliono accogliere», ha invitato i prefetti allo strappo istituzionale, ha chiesto a un pezzo di Stato di tradire lo Stato.

A un certo punto Rossi si ritrova a fare perfino da mediatore. Il governatore lombardo salta sulla sedia per un intervento di Crocetta, che ricorda come in questo momento sia la Sicilia a offrire il maggior contributo. «Concretezza - dice - non parole come i leghisti». «Noi chiediamo di rivedere le quote, di sapere dove si fanno le identificazioni per distinguere fra profughi e migranti economici», dice Maroni. Poi anche Zaia rincara: «L'identificazione deve avvenire in Africa». «Calma calma», dice Rossi, «se non sbaglio il modello toscano lo concordammo proprio con Maroni nel 2011, e l'emergenza è paragonabile a quella scaturita dalla crisi in Nord Africa». Perché scaldarsi tanto, insomma, lo adottino anche Veneto e Lombardia.

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