Italia
L'editoriale - L'elettore punisce chi non rinnova
Quel che il secondo turno delle amministrative ci insegna è che, ove il Pd non celebra nei fatti la promessa del rinnovamento, i voti vanno altrove
Quel che il secondo turno delle amministrative ci insegna è che, ove il Pd non celebra nei fatti la promessa del rinnovamento, i voti vanno altrove. Un’ovvietà. Eppure al premier non era mai venuto in mente sin qui che gli italiani, comperati in blocco con gli 80 euro alle Europee, si potessero ricredere tanto in fretta. Ma enormi sono stati gli errori della dirigenza Pd. Renzi paga poi la destrutturazione dei partiti a lui tanto cara e gli elettori si spostano. E se di Renzi aveva incantato la capacità di squadernare gli assetti, la pervicacia con la quale ha gestito la scelta dei candidati lo ha riportato dentro una più comune, e modesta, condizione di decisionismo sprezzante.
Il secondo turno delle amministrative ci insegna che, ove il Pd non celebra nei fatti la promessa del rinnovamento, i voti vanno altrove. Un’ovvietà. Eppure al presidente del Consiglio non era mai venuto in mente sin qui che gli italiani, comperati in blocco con gli 80 euro alle Europee, si potessero ricredere tanto in fretta. Siamo ben lontani dalla rottamazione del rottamatore, ma un ciclo si è chiuso. Per Matteo Renzi la credibilità va riscritta con l’agire, volta per volta, quando egli si immaginava, invece, in virtù del proprio carisma, che la si potesse dare per acquisita per lungo periodo. Non sono gli italiani ad essere dei voltagabbana. È l’enormità degli errori della dirigenza del Pd a far ritrarre gli elettori contendibili, quelli che di consultazione in consultazione scelgono per quale schieramento votare.
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L’altro fenomeno che si è palesato e che è frutto della destrutturazione dei partiti tanto cara a Matteo Renzi è che gli elettori si spostano dal Pd indifferentemente verso la coalizione del centrodestra, purché sia unita, o del M5S qualora il candidato esprima, come accade sempre più spesso, ciò che di più lontano possa esistere rispetto al sistema dei partiti. Le scelte odiose dei prescelti alla presidenza delle Regioni Veneto, Liguria e Campania hanno introdotto l’impressione che il Pd voglia i voti per fare quello che gli pare, noncurante delle regole (De Luca), impermeabile al rinnovamento (Paita), insensibile ai territori (Moretti). Il partito senza rete, con poca struttura sul territorio, mostra la corda quando impatta con il voto amministrativo, così diverso da quello politico nazionale.
È successo pure qui, in Toscana, dove la maglia del Pci non si è ancora dissolta. Invero, essa è negletta e ridotta ai minimi termini. Lo si è visto soprattutto a Viareggio dove il Partito che governa la maggior parte dei Comuni non è stato capace di portare alla vittoria il proprio candidato. Il povero Poletti è stato umiliato dai suoi che non gli hanno permesso, quanto a voti, di essere competitivo contro un avversario temibile, ma sopravvalutato, come Del Ghingaro. La città ha percepito chiaramente quel che stava capitando: una resa dei conti un po’ volgare fra fazioni. È stata una conta fra tribù avverse all’interno dello stesso partito e io credo che il Pd non abbia fatto nulla per evitarlo. Scrivono alcuni che le elezioni locali sono state condizionate dal contesto generale che grava sul governo Renzi: immigrazione, riforma della scuola, jobs act. Non lo credo. A Viareggio e Pietrasanta il Pd perde perché non vuole affrontare la rigenerazione del gruppo dirigente, perché non applica quella rottamazione che è stata la forza di Renzi. Su Arezzo hanno contato, poi, le pressioni della famiglia Boschi dalle quali i cittadini hanno dimostrato di volersi liberare.
In molti staranno dando in queste ore delle raffinate analisi al segretario - premier. Gliene offro pure io una, gratis. Quel che aveva incantato di Matteo Renzi era la sua capacità di squadernare gli assetti. Vi era fra il dire e il fare una. qualche concatenazione. La pervicacia con la quale egli ha gestito la scelta dei candidati alle elezioni regionali e comunali lo ha, però, riportato dentro una più comune, e modesta, condizione di decisionismo sprezzante che ricorda proprio quei vecchi big del partito ai quali Renzi non vuole essere paragonato. Infine, non è vero che siamo condannati all’eterna delusione, e questo è il vero allarme per il Pd renziano: a sinistra s’ode uno stormir di fronde e non è più un gattino ma un leone, che avanza e comincia a ruggire. Sono i cinque sindaci che il M5S ha portato al ballottaggio, vincendo. Più chiaro di così.
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