Assalto in Prefettura ex Caserma in aula: estranei alle violenze
Al processo con 22 imputati è toccato ai testi della difesa Giovanni Ceraolo: troppa gente, situazione sfuggita di mano
LIVORNO. Politicamente coinvolti, penalmente estranei alle violenze. È un tuffo in un Italia lontana, fatta di lotte, ideali e qualche episodio che il Tribunale dovrà verificare, quella che va in scena durante l’udienza, la prima aperta ai testi della difesa, del processo sugli scontri cominciati la sera del 30 novembre 2012 al Terminal crociere durante all’incontro con l’ex segreatorio del Pd Pierluigi Bersani e terminati il 2 dicembre con l’assalto alla Prefettura: 22 imputati e una decina di imputazioni.
Nell’aula A del tribunale di Livorno ci sono, faccia a faccia gli antagonisti dell’ex Caserma e gli agenti che hanno costruito il capo d’imputazione.
Ieri, nella lista di chi doveva testimoniare, c’era soprattutto il nome di Giovanni Ceraolo, 34 anni. Secondo gli investigatori è stato la guida della manifestazione anche nel momento in cui quest’ultima si è trasformata in aggressione ai poliziotti. Tanto da essere considerato il più pericoloso tra gli indagati.
Il passaggio chiave della sua deposizione arriva al termine dell’esame del pubblico ministero Fiorenza Marrara che ha ripercorso con l’imputato i tre giorni di tensioni fino alla sera del 2 dicembre davanti alla questura quando la manifestazione di protesta si è trasforma in quello che gli investigatori hanno definito un «attacco premeditato».
«Al di là di ogni aspettativa - spiega Ceraolo ricordando quella domenica pomeriggio - in piazza Cavour si sono presentate mille persone che hanno risposto a un appello, a un passaparola iniziato dopo le botte che la celere aveva dato indistintamente il giorno precedente. Poi questo corteo si è ingrossato ancora a dismisura. E arrivati di fronte al Comune la spinta era quella di andare davanti alla questura e palesare la nostra contrarietà alla gestione dell'ordine pubblico avvenuto nei due giorni precedenti. Ho criticato certi atteggiamenti del questore, è vero. Ma nessuno si dovrebbe permettere di ordinare una carica come quella del giorno prima».
Poi qualcosa è cambiato. «Quando mi sono reso conto che la situazione poteva sfuggire di mano abbiamo deciso di andare via. Ma non potevo scogliere quel corteo di mille persone. Allora abbiamo cercato di portare via la gente dalla questura. E per farlo dovevamo percorrere un'altra strada. È qui che a mio avviso c’è stato il primo errore degli agenti in borghese che si sono buttati dentro al corteo. Poi arrivati alla prefettura vedemmo agenti nell'atrio. Non riuscimmo più ad andare via. Non volevamo. Ho chiesto di chiudere il cancello, ho cercato. Ho detto di smettere, ho tolto dalle mani di un ragazzo incappucciato una transenna. Non ho nè incitato nè con un gesto innescato un discorso simile. Quando mi sono reso conto della situazione ho cercato di fare il possibile con il rischio di essere picchiato anche io».
Poi spiega: «Ci riteniamo personalmente estranei a quello che è successo. Nessuno ha materialmente partecipato a quel tipo di gesti. L'ho ripetuta all'infinito, dall'inizio alla fine del corteo. Ecco quanti siamo, questa è la risposta di Livorno alla vostra arroganza, ma quello non era il grido di battaglia per innescare l’assalto».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
