Il Tirreno

Livorno

«Fedele ci ha raggirato così», in aula sfilano le vittime dell'usura

di Federico Lazzotti
L'arresto di Michelangelo Fedele del 9 marzo scorso
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L'arresto di Michelangelo Fedele del 9 marzo scorso

Livorno, davanti al giudice per l’indagine preliminare Ottavio Mosti è iniziato l’incidente probatorio. In aula anche l’imprenditore indagato

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LIVORNO. «Michelangelo Fedele ci ha raggirato. Come? Non riuscivamo a pagare il mutuo della casa, così lui si è presentato in banca a trattare il nostro debito ottenendo uno sconto. In questo modo è diventato proprietario dell’immobile all’interno del quale, per due anni, siamo rimasti come inquilini gratuitamente. Poi ci ha chiesto il pagamento dell’affitto».

A parlare davanti al giudice per le indagini preliminari Ottavio Mosti sono marito e moglie, le prime due presunte vittime del sistema “Real Estate”, il meccanismo criminale - secondo la Procura - attraverso il quale l’imprenditore sarebbe riuscito a diventare proprietario di decine di case e fondi commerciali tra Livorno e la provincia.

Teatro del racconto l’incidente probatorio chiesto dalla Procura «per cristallizzare la prova dell’usura messa in atto dal settantenne». Un’udienza iniziata nella mattina di mercoledì 22 aprile e divisa in due manches. Durante la prima, chiusa dopo le sette di sera, sono state sentite quattro persone offese, mentre giovedì 23 aprile è stata la volta delle altre cinque.

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In Tribunale anche Michelangelo Fedele che dopo 26 giorni di carcere, alla vigilia di Pasqua, è stato rimesso agli arresti domiciliari dal tribunale della Libertà e che continua ad essere certo di poter dimostrare la propria innocenza.  «L’incidente probatorio – ammette Marco Talini, difensore di Fedele – si è svolto in ogni caso in un clima di sereno». A chiedere il confronto la stessa Procura per «evitare episodi di condizionamento da parte dell’indagato di inquinamento delle prove». Ma - ammette l’avvocato - «lo volevamo anche noi».

Racconta un investigatore che ha seguito il caso per spiegare ciò che gli inquirenti vogliono dimostrare: «Il comportamento di Fedele è come quello di un ragno. Prima tesse la tela alla sua vittima e nel momento in cui questa resta imprigionata lui se la mangia». Tutta diversa, invece, la visione della difesa. «Tutte le dichiarazioni fatte dalle persone offese - spiegano - vanno valute con attenzione. A nostro avviso ci potrebbero essere anche profili di inattendibilità che suggeriscono una riqualificazione del reato. In ogni caso è prematuro fare qualsiasi valutazione».

La richiesta di incidente probatorio fa da sfondo alla richiesta da parte della Procura di ulteriori indagini. L’inchiesta partita ormai lo scorso anno si basa su prove documentali che gli inquirenti definiscono «solide».Dentro viene descritto quel sistema che in buona è stato ripetuto dalle persone offese in aula. Infatti molto spesso la trappola dell'usura sarebbe nascosta dentro al contratto preliminare di vendita dell'immobile che la persona in difficoltà economiche offriva, o veniva indotto ad offrire, a garanzia del patto stipulato con Fedele.

È all'interno di questo accordo che si sarebbe celato il trucco del patto criminale che l'imprenditore di origini calabresi stringeva con le sue vittime fino a strangolarle economicamente nel momento in cui l'accordo non veniva rispettato.  «Nel momento in cui veniva stipulato il preliminare di vendita che poteva essere di un appartamento, di un terreno oppure di un capannone, la caparra che Fedele versava ai proprietari era il prestito. Chi lo incassava doveva restituire il doppio della cifra ricevuta entro un termine preciso, dunque con un tasso di usura del 100%, altrimenti perdeva la casa, il cui valore veniva sottostimato rispetto al mercato. L'unica concessione era quella di restare nell'immobile come inquilini pagando dunque l'affitto».

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