Italia
«Tangenti in Comune», chiesta la condanna per l’ex dirigente
Livorno, l’accusa: tre anni e quattro mesi per corruzione a Domenici. Il difensore del professionista: la Procura non è riuscita a provare nulla
LIVORNO. Gli imprenditore fiorentini Piero Lorenzini e Roberto Alfatti, socio e proprietario dell società Fashion Light, erano il gatto e la volpe che cercavano in ogni modo di entrare nel mercato dell’illuminazione pubblica di Livorno. Paolo Domenici, invece, dirigente comunale e membro del cda della Porta Medicea srl, società che si occupava del monitoraggio delle luci in città, una sorta di ingenuo Pinocchio, ma non per questo innocente. Infatti nonostante la sua funzione pubblica, si sarebbe fatto coinvolgere dai due investendo denaro nella stessa società a cui ha fatto sì che venissero affidati appalti per oltre 200.000 euro. L’obiettivo? Garantire un futuro al figlio.
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È questo il quadro criminale che emerge dalle tre ore di requisitoria al termine delle quali il pubblico ministero Massimo Mannucci ha chiesto la condanna per il reato di corruzione in concorso a tre anni e quattro mesi di reclusione per Domenici, a 3 anni per Lorenzini e a 2 anni e mezzo per Alfatti, mentre lo stesso pubblico ministero ha chiesto l’assoluzione nei confronti dello stesso Domenici per i reati di falso e usura.
La vicenda della corruzione per i lampioni prese il via nel marzo 2009, quando ci fu una perquisizione della Finanza negli uffici tecnici comunali. Nel marzo del 2010 la vicenda esplose, con l'arresto dell'ingegner Domenici e di Piero Lorenzini. Secondo le accuse Domenici avrebbe favorito in più occasioni, dal 2004 al 2009 la Fashion Light per farle avere la fornitura di lampioni per l'illuminazione pubblica, sia per i lavori del Comune che per l'illuminazione delle aree della società Porta Medicea, di cui Domenici era diventato membro del consiglio di amministrazione. La cosa più clamorosa che risultò, poi, il fatto che l'ingegnere comunale era anche socio attraverso una fiduciaria della ditta fiorentina.
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Al centro delle indagini ci furono anche alcuni assegni, otto in totale, per un importo complessivo, che furono intestati dalla fiduciaria Sirefid, al padre di Domenici, che poi li girò al figlio per l'incasso. Questo passaggio di denaro sarebbe, secondo le accuse, la prova della corruzione dell'allora dirigente tecnico comunale da parte dell'azienda di Bagno a Ripoli. Una ricostruzione la difesa di Domenici rinvia al mittente, mentre i legali degli altri due imputati parleranno la settimana prossima. Spiega l’avvocato Giovanni Frullano: Cosa ci ha provato la procura? Nulla».
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