Il Tirreno

Livorno

«Sono i capi del clan», subito a processo Polinti e Calloni

di Federico Lazzotti
«Sono i capi del clan», subito a processo Polinti e Calloni

Livorno, il pubblico mistero al giudice: prove evidenti per il giudizio immediato. I due dovranno difendersi da 11 imputazioni tra cui l’associazione e corruzione. Rischio maxi-pena

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LIVORNO. Secondo la Procura Andrea Polinti e Andrea Calloni, arrestati nel settembre scorso e al momento ancora in carcere, erano «i boss del clan degli Amici», la banda criminale che tra il 2009 e la metà del 2014 avrebbe terrorizzato la città tra estorsioni, pestaggi, minacce, truffe e bancarotte fraudolente, corrompendo anche pubblici ufficiali per avere informazioni sul proprio conto.

Il primo, 48 anni, soprannominato “Attila”, da cui deriva il nome dell’indagine di carabinieri e finanza iniziata dopo le dichiarazioni di un pentito, sarebbe il capo indiscusso dell’associazione per delinquere, nonché l’esecutore materiale delle intimidazioni; il secondo il suo braccio destro: addetto all’organizzazione delle truffe ai danni di banche e assicurazioni, incaricato anche - sempre secondo gli investigatori - di reclutare e istruire i falsi testimoni da impiegare nei processi a carico del boss.

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Per entrambi il pubblico ministero Luca Masini, che nella medesima inchiesta ha iscritto nel registro degli indagati altre 24 persone, ha chiesto e ottenuto il giudizio immediato «spacchettando» - si dice in gergo - la posizione dei presunti capi, con quelle del resto delle persone coinvolte. «Prove evidenti di colpevolezza», è la sua tesi. Ora essendo scaduti i termini per presentare richiesta di rito alternativo da parte dei loro legali, che avrebbe permesso ai due imputati di aver uno sconto sulla eventuale condanna finale, il giudice per le indagini preliminari Beatrice Dani ha già fissato la data della prima udieza davanti al Collegio B per le ore 9 del prossimo 4 giugno. Undici i capi d’imputazione di cui dovranno rispondere Polinti e Calloni che in caso di condanna rischiano una pena superiore ai dieci anni di carcere.

Le accuse ad “Attila”. Andrea Polinti, che dopo l’ennesimo cambio di avvocato è difeso ora da Emanuele Ciappi del foro di Prato, oltre ad essere imputato per associazione per delinquere come capo dell’organizzazione criminale, dovrà rispondere anche di altri sette imputazioni. A cominciare da tre bancarotte fraudolente. La prima riguarda la B.B. Logistica srl, con sede legale in via delle Cataratte. Secondo la Procura, in concorso con Gianni Fabbrizi, Roberto e Luca Bonaldi, per i quali si procede separatamente, avrebbero fatto sparire 220.000 euro accumulando debiti per erariali per oltre 2,2 milioni di euro.

Il secondo crac, collegato al primo, riguarderebbe la B.P. Logistica Srl, società nata sulle ceneri della prima. In questo caso la bancarotta, in concorso con Linda Giuliano e Daniele Petroni, indagati anche per l’associazione per delinquere, è di poco più di 82.000 euro con un buco col Fisco di 101.000 euro. L’ultima bancarotta della quale Polinti dovrà rispondere è quella, in concorso con Omar Ricci (la sua posizione è stata stralciata), della Rilex srl dalla quale sarebbero stati distratti, prima del fallimento 15 bancali di merce per circa 25.000 euro.

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Polinti dovrà anche spiegare ai giudice il perché abbia attribuito ad altri - prestanome secondo l’accusa - attività commerciali in primis - per eludere il fisco. Ci sono poi la detenzione di armi, in particolare due pistole e soprattutto l’estorsione tentata e continuata che Attila avrebbe compiuto con Linda Giuliano nei confronti dei proprietari di una pasticceria ai quali avrebbero chiesto attraverso minacce soldi extra.

L’ultimo dei capi d’imputazione dei quali deve rispondere Polinti riguarda anche Calloni ed è la presunta corruzione della cancelleria dell’ufficio gip Paola Bartoli alla quale sarebbero state versate somme di denaro pari a 100- 200 euro in cambio di informazioni coperte da segreto.

Le accuse a Calloni. Andrea Calloni, difeso ora dall’avvocato Barbara Luceri, dovrà invece difendersi singolarmente per due capi d’imputazioni, oltre ovviamente all’associazione per delinquere a la corruzione continuata nei confronti della cancelleria del Tribunale.

Le accuse mosse dalla Procura riguardano entrambe la spendita e la messa in commercio di banconote false. In particolare, col la collaborazione di Damian Lemucchi, per il quale la Procura procede separatamente, avrebbe messo in circolazione, nel dicembre del 2013, decine e decine di pezzi falsi da 20 euro spendendoli in diversi esercizi commerciali (esranei alla vicenda ndr). Tra i quali il bar Il rotino, il bar Gambrinus, il bar Twins di Navacchio, in diversi negozi di cinesi e farmacie. E ancora negli impianti sportivi del Carli Salviano e alla scuola calcio del Livorno. Oltre che in un superstore di scarpe a Navacchio e al ristorante “Le Cristal”, gestito da un amico.

Oltre a questi episodi che dovranno essere dimostrati, ci sono le trentadue banconote contraffatte da 20 euro (per un totale di 640 euro) di cui ha cercato di disfarsi quando è stato fermato e poi arrestato dai carabinieri il 18 settembre dello scorso anno.

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