Italia
Virzì, primo ciak sul Romito. E al sindaco Nogarin: "E' inadeguato e lo sa. Impari con umiltà"
Il regista ha presentato insieme a Micaela Ramazzotti, protagonista del film, la nuova pellicola. Ed è stata un'occasione per parlare anche di Livorno e di politica
LIVORNO. All'hotel Granduca Paolo Virzì e Micaela Ramazzotti sbarcano al tramonto, un'occhiata verso il mare e poi la presentazione del film che il regista livornese sta girando in questi giorni in Toscana e a Livorno, lungo il Romito, nella giornata di lunedì 23. Un'occasione per parlare dei suoi progetti, del film che si intitola "La pazza gioia", storia di due donne che decidono di "evadere" da una struttura per persone con disturbi mentali per una scorribanda nel manicomio a cielo aperto che è l'Italia e per ritrovare la loro storia e la loro vita, protagoniste sua moglie Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi.
Ma un'occasione anche per parlare di Livorno, città natale lasciata a 20 anni sbattendo la porta, poi ritrovata, amata ma spesso anche odiata, della crisi e della politica, dalla clamorosa sconfitta del Pd alla nuova giunta cinquestelle. Lo accoglie l'assessore alla cultura Serafino Fasulo che di Virzì è amico dai tempi del liceo e con cui condivide l'impegno nel mondo del cinema.
LIVORNESI NEL CAST. Dice Fasulo: "Questo è un ritorno graditissimo, siamo felici che anche questa volta Paolo Virzì abbia scelto di girare alcune scene del suo film nella nostra città e oltretutto in un luogo così suggestivo come la scogliera del Romito. Bene ha fatto Film Commission, l'ufficio che si occupa di relazionarsi con le produzioni, ad acchiappare anche questa occasione. Virzì nei suoi film ha saputo valorizzare Livorno come nessuno ha mai fatto, ha saputo cogliere la bellissima luce che sprigiona. E poi - aggiunge Fasulo - quando una troupe arriva in una città si creano comunque occasioni di lavoro"."Mi faceva piacere, come per una sorta di rituale, iniziare questa nuova avventura catturando delle immagini di Livorno. E colgo anche l'occasione - dice Virzì - per annunciare che ci saranno anche molti attori livornesi, alcuni di loro non lo sanno ancora, ma lo sapranno presto. Isabella Cecchi per la quale c'è un ruolo come infermiera della struttura per persone con disturbi mentali in cui è ambientato il film, Emanuele Barresi, Fabrizio Brandi, Michele Crestacci, Bobo Rondelli, Marco Conte, Giorgio Algranti... E anche Simone Lenzi per lui ho una bella parte. la musica sarà di mio fratello Carlo Virzì... Livornesi sono anche la costumista Carolina Paterni e l'attrezzista Vladimiro Ceccanti".
COPPIA DA RED CARPET. Certo, Livorno non è Los Angeles, ma Paolo e Micaela nel salottino rosso - che l’hotel Granduca vista Quattro Mori ha riservato solo per loro - sono così affiatati e intensi che te li immagini a braccetto su tutti i red carpet degli States. Gena Rowlands e John Cassavetes dei nostri tempi. E del resto per questa coppia del cinema, attrice e regista che a vicenda si incoraggiano e si ispirano, l’America non è poi così lontana. Perché l’ultimo film di Virzì, “Il capitale umano” (uscito in 45 paesi del mondo) è andato vicinissimo all’Oscar e ora sta riscuotendo un successone nelle sale Usa, perché in effetti il progetto di lavorare oltreoceano c’è, «anche se lontano dagli studios, in una dimensione di cinema indipendente, dove io possa avere il controllo della storia...» confida Virzì. E poi scherza: «Intanto però, gira gira sono di nuovo qui, a Livorno... Proprio questa sera, questa notte, la notte degli Oscar. Strano il destino, in molti mi avrebbero voluto là in questo momento e invece eccomi qui, nella mia città...».
COMMEDIA DI SENTIMENTI, ALLEGRIA E DOLORE. Livorno, città natale, patria amatissima e proprio per questo anche spesso odiata, dove appunto si finisce sempre per tornare. A Livorno, sulla scogliera di Calafuria, si gireranno infatti in questi giorni alcune scene del nuovo film “La pazza gioia”: set sparsi un po’ in tutta la Toscana, protagoniste Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi ma anche molti attori labronici che per tradizione, stima e amicizia Virzì coinvolge nelle sue avventure. Storia, scritta con Francesca Archibugi, che racconta di disagio mentale e di voglia di riprendersi la propria vita rompendo le sbarre del pregiudizio dove viene rinchiusa la “malattia mentale”e andando alla scoperta di questo pazzo mondo, il mondo “normale”. Un’altra storia di sentimenti, di allegria e dolore. Quel mix dolceamaro che caratterizza i suoi film e li rende indimenticabili.
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L'INTERVISTA
Virzì anche questa, nonostante il tema così delicato, è una commedia?
«Sì, una commedia piena di poesia dove convivono dolore e speranza, ironia e tristezza. Una storia italiana che inizia in una struttura clinica per persone con disturbi mentali dove si incontrano due donne tanto diverse per carattere, fisicamente, per estrazione sociale. Donatella Morelli, che nasconde un segreto. E Beatrice Morandini Val di Lana, che vanta conoscenze altolocate. Decideranno di trascorrere un po’ di tempo insieme, fuori da quelle mura, in una rocambolesca avventura alla scoperta del manicomio a cielo aperto che è la nostra Italia. Per ritrovare la loro vita, la loro storia».
Avete già trovato la location principale, il "manicomio" da dove inizia tutta la storia?
«No, la stiamo cercando, in Toscana, perché questi sono i luoghi che mi stanno a cuore e qui voglio raccontare le mie storie. Non a caso abbiamo già girato qualcosa in Versilia. Però molti dettagli sono da definire. Del resto ora siamo in una fase di pre-produzione, la vera partenza è il 18 maggio».
La sceneggiatura l’ha scritta con Francesca Archibugi. Una novità rispetto all’accoppiata classica Virzì-Bruni...
«Una novità ma non certo un divorzio da Francesco Bruni. Con Francesca, che è una dei più grandi autori di cinema in questo momento ci conosciamo da 25 anni. La stimo moltissimo, il suo film “In nome del figlio” è uno dei più belli usciti in questi mesi. Un pomeriggio le raccontavo di questa storia che avevo pensato e di quanto mi appassiona il tema della malattia mentale, del sottile filo che divide i sani dai malati di mente, mi spaventa come è facile etichettare come matto chi ci mette in difficoltà con le sue domande scomode, con il suo essere fuori dagli schemi. Ho sempre seguito i movimenti legati a Franco Basaglia, le battaglie per la chiusura dei manicomi giudiziari. Anche Francesca è molto sensibile a questi temi, insomma abbiamo deciso di scrivere insieme “La pazza gioia”...».
La sua scelta di girare in Toscana è in fondo coraggiosa, diciamo generosa. Perché in realtà le troupe stanno tutte emigrando in Puglia, in Trentino... Dove si offrono condizioni davvero vantaggiose. Cosa deve fare un terrirtorio, una città, per attrarre una produzione cinematografica?
«Deve essere prima di tutto accogliente. Con me per esempio Livorno lo è stata quando ho girato “Ovo Sodo” e anche quando siamo venuti per “La prima cosa bella”. Accogliente con riserva a dire la verità, perché non sempre c’è stata tutta questa disponibilità, ma nel complesso le cose siono andate bene ed è una fortuna perché questa città è nata per essere raccontata, ha “cantori” come Caproni, Bobo Rondelli, Simone Lenzi... Purtroppo ci sono delle regioni che hanno una marcia in più appunto la Puglia, il Trentino. hanno lavorato bene, intercettato finanziamenti, possono offrire alle produzioni vantaggi speciali. Per fare lo stesso, in Toscana e a Livorno bisognerebbe studiare come fanno loro e copiare».
Insomma, lei a Livorno finisce sempre per tornare. E anche per arrabbiarsi un po’, tutte le volte.
«Sì, dagli anni Novanta mi sono avvicinato e allontanato. Me ne sono andato sbattendo la porta, sono tornato per girare Ovo Sodo e avevo quasi paura che la città dalla quale ero in qualche modo fuggito mi risucchiasse. Io su Livorno non riesco ad essere lucido, Livorno è mia madre, il rapporto è affettuoso e tempestoso. Amore, rancore, dolore...».
La Livorno che ritrova ora è certamente cambiata rispetto a quella che lasciò la prima volta, quando aveva 20 anni: la crisi, la clamorosa disfatta del Pd, la vittoria dei cinquestelle nella città che un tempo era comunista...
«La situazione è drammatica, questo è sotto gli occhi di tutti. Non conosco il sindaco Nogarin, mi ha solo imbarazzato poco dopo la sua elezione il modo scortese con cui rispondeva ai giornalisti in tv. Dopo di che vorrei dirgli che la campagna elettorale è finita e che è ora di rimboccarsi le maniche, smetterla con gli slogan e i presenzialimi e ascoltare tutti, darsi da fare. Mi dicono che sia una persona onesta, ma del resto non si può certo dire che le giunte precedenti fossero disoneste, caso mai sono state pigre, hanno dormito. Quello che il sindaco Nogarin deve dimostrare secondo me è onestà intellettuale, dimostrare che sente la responsabilità che ha. E’ inadeguato e lo sa anche lui, ma si può essere inadeguati con tanta voglia di imparare oppure inadeguati e tracotanti.
Io spero che appunto si rimbocchi le maniche e impari quello che c’è da imparare. E smettiamola di attribuire la colpa della rovina della città alla giunte precedenti, addirittura a 70 anni di sinistra. Nell’immediato dopoguerra il Pci a Livorno ha fatto grandi cose, ha ricostruito una città in ginocchio. Certo l’ultima giunta Cosimi ha peccato di immobilismo, certamente nel campo che più mi sta a cuore, quello della cultura. Ma trovo ingiusto e volgare usare l'ex sindaco Cosimi come capro espiatorio. La sua colpa può essere stata l'immobilismo, il non riuscire a rompere la rete burocratica che avviluppava l'amministrazione, ma bisogna riconoscere anche che almeno durante la sua prima giunta Livorno era vitale, l'estate in cui ho girato il film su Bobo c'era fermento, fu un'estate bellissima. Ripeto, addossare a lui tutte le colpe di questo mondo è volgare e scorretto"
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