Il Tirreno

Livorno

l’inchiesta

«Il ricatto nel preliminare», ecco l’usura secondo Fedele

di Federico Lazzotti
Michelangelo Fedele
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Michelangelo Fedele

L’accusa della Procura di Livorno: le vittime impegnavano la casa e dovevano restituire il doppio dei soldi. Intanto il Riesame ha disposto per l’imprenditore gli arresti domiciliari

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LIVORNO. La trappola dell’usura sarebbe nascosta dentro al contratto preliminare di vendita dell’immobile che chi era in difficoltà economiche offriva, o veniva indotto ad offrire, a garanzia del patto stipulato con Michelangelo Fedele, 70 anni, da dieci al centro delle indagini di diverse Procure, ancora in corso o in attesa di una sentenza di primo grado.

Era all’interno di questo accordo che si sarebbe celato il trucco - almeno agli occhi della giustizia - del patto criminale che l’imprenditore di origini calabresi stringeva con le sue vittime fino a strangolarle economicamente nel momento in cui l’accordo non veniva rispettato.

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I termini del contratto (non scritto), sono spiegati nei faldoni dell’ultima indagine condotta da carabinieri e finanza denominata “Real Estate” e coordinata dai pubblici ministeri Luca Masini e Arianna Ciavattini e confermati da alcune delle vittime.

«Nel momento in cui veniva stipulato il preliminare di vendita che poteva essere di un appartamento, di un terreno oppure di un capannone, la caparra che Fedele versava ai proprietari era il prestito. Chi lo incassava doveva restituire il doppio della cifra ricevuta entro un termine preciso, dunque con un tasso di usura del 100%, altrimenti perdeva la casa, il cui valore veniva sottostimato rispetto al mercato. L’unica concessione era quella di restare nell’immobile come inquilini pagando dunque l’affitto».

È con questo sistema che Fedele avrebbe accumulato negli anni un patrimonio immobiliare da magnate del mattone sparso in tutta la provincia di Livorno: da Castagneto Carducci a Livorno, da Cecina a Campiglia Marittima, fino a San Vincenzo. Proprietà - è la tesi dell’accusa - che il settantenne, rispetto agli introiti economici dichiarati, non avrebbe potuto permettersi.

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Usura, esercizio abusivo di attività finanziaria e truffa aggravata. Questi i reati che vengono contestati a Fedele che nel suo sistema avrebbe avuto un aiuto anche dall’avvocato Carlo Cattozzi, 42 anni, pure lui indagato per truffa, ricettazione, e falsità materiale in atto pubblico.

È su queste basi che nel novembre scorso i pubblici ministeri avevano chiesto (e ottenuto) il sequestro preventivo di trentacinque immobili e l’arresto di Fedele. In quella occasione il giudice per le indagini preliminari Gioacchino Trovato dette l’ok per i sigilli a case, capannoni, garage e terreni per un valore di circa 4 milioni di euro ma dispose per l’indagato la misura del divieto di dimora nel Comune di Livorno.

Rispetto alle decisioni di novembre si è aperta una battaglia legale tra la Procura di Livorno e l’avvocato Marco Talini, storico difensore di Fedele. Entrambe le parti, infatti, si sono rivolte al tribunale del Riesame per far valere le proprie ragioni. Nei giorni scorsi i giudici hanno deciso su due questioni: il sequestro degli immobili e la misura cautelare. Spiega l’avvocato Talini: «Otto degli immobili che erano stati sequestrati al mio cliente gli sono stati restituiti perché i giudici hanno accertato una sproporzione tra le presunte irregolarità finanziarie, tutte da accertare, e gli stessi immobili sequestrati».

Discorso diverso per quello che riguarda la misura cautelare chiesta dalla Procura. «I pubblici ministeri - spiegano gli inquirenti - hanno impugnato l’ordinanza chiedendo l’arresto e il trasferimento in carcere dell’indagato. La decisione del Riesame è stata una via di mezzo tra la richiesta della Procura e l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari. Alla fine, infatti, Fedele nei prossimi giorni sarà trasferito agli arresti domiciliari, a Donoratico, dopo aver trascorso gli ultimi mesi in una casa in provincia di Pisa. Aggiunge il suo legale: «La decisione è già stata presa, ma prima che la misura venga applicata devono scadere i termini per un eventuale ricorso in Cassazione».  Eventualità che né la Procura né il difensore pare abbiano intenzione di fare.

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