Cutolo, Enzino e il Cardosi: i re della strada ultimi in vita, miti dopo morti
Livorno, con la scomparsa di Massimiliano Nocchi se n’è andato un pezzo della città. Ecco le altre figure rimaste nella memoria. «Con loro se ne va un pezzo dell’infanzia di tutti noi»
LIVORNO. Il 27 maggio 1992 quando se ne andò Massimo Zucchelli, per tutti “Cutolo”, sugli scalini della chiesa del Soccorso, suo giaciglio preferito per smaltire gli stravizi che gli facevano compagnia, posarono un mazzo di fiori. Anni dopo, durante una messa commemorativa, chi non lo aveva dimenticato scrisse: «Con lui ricordiamo tutti quelli che ci hanno lasciato prima del tempo: per perdita di speranza in questo mondo; per dissoluzione del desiderio di vivere; nella nostra quasi indifferenza e nella nostra incapacità di mostrare che questo mondo può cambiare e che è bello vivere».
Dei re della strada, uomini al limite, ultimi in vita e compianti, fino a farne mito, solo (o quasi) dopo la loro scomparsa, Massimiliano Nocchi, per tutti “Ir Nocchi”, tradito da un’esistenza sregolata ad appena 40 anni nella notte tra sabato e domenica, è stato l’ultimo tra i sovrani malinconici: sopportato, aiutato, ma anche deriso e cacciato. Prima di lui, oltre a Cutolo, chi non ricorda “Ir Pelagatti”, che all’anagrafe faceva Enzo ma che tutti chiamavano “Enzino” per quell’aspetto minuto. Quando negli anni Ottanta entrava allo stadio o al palasport, rigorosamente a partita iniziata, portava uno stereo sulle spalle e un megafono amaranto in mano e dalla curva dei tifosi, appena si avvicinava, partiva il coro: “Enzo Pelagatti salta con noi”. E lui, secco rifinito com’era, si agitava, posava lo stereo, alzava l’unica mano libera e sorrideva. In Baracchina rossa, in quegli anni della Livorno pottaiona, era ospite fisso, capace di intrattenere i clienti fino a tarda notte. Un po’ amico di tutti, un po’saltimbanco nelle serate di fiacca, in una dinamica dove il confine tra solidarietà e approfitto è sottile e pericoloso.
Come per Giampaolo Cardosi, il vigile capellone, che per quasi un lustro ha combattuto una guerra giudiziaria con il Comune per riavere la divisa che gli era stata tolta (a sua avviso ingiustamente) e che ha indossato di nuovo, ironia di una sorte tragica, solo dopo morto.
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Nell’attesa che gli «restituissero l’onore», come diceva lui, ha fatto la spola tra cassonetti della spazzatura e rigattieri di terza mano, accumulando oggetti dentro a magazzini che la maggior parte della gente considera inutili. Mezzo “Serpico” mezzo Forrest Gump, dopo una vita in strada, lo stesso Cardosi, pochi mesi prima di morire tragicamente in sella alla sua inseparabile bicicletta, scrisse un appello al Tribunale perché «la strada lo aveva stancato» e prima di restarci ancora avrebbe addirittura preferito la galera.
«Dalla perdita della mia casa - scriveva - dormo seduto su una sedia dei locali del pronto soccorso dell'ospedale con ulteriori gravi problemi di circolazione (piedi doloranti e gonfi): con pericolose infermità, non potendo stendermi a questa età su un letto. Per i motivi di cui sopra, rivolgo alla Ss. Vv. rispettosa istanza di carcerazione». Si perché la strada ti logora e ti stanca fino ad ucciderti, anche se sei il re. Ma con la morte di persone come Nocchi, Cardosi, Pelagatti e Cutolo, se ne vanno anche i ricordi che ognuno lega al sovrano un po’ strambo della propria esistenza, la persona che da piccolo fa paura come l’uomo nero, poi diventa compagno di giochi e infine si trasforma in vecchio amico.
«La scomparsa del Nocchi - scrive Paco Zanobini in un messaggio di cordoglio per “Massi” - non è soltanto la morte di un uomo. È piuttosto il ricordo dell’infanzia che all'improvviso diventa nostalgia. Della mia come di tanti livornesi...». E della strada che non avrebbe bisogno di re, quando ci sono già troppi schiavi.
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