Il Tirreno

Livorno

La scrivania e il pezzo di mare

di Fabrizio Brancoli

Una busta non recapitata, una sedia non riservata: le icone di qualcosa che è mancato, per sbaglio o per scelta. Così è cominciata questa storia di rotte diverse.

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Nei film americani il detective coraggioso e informale, impegnato in un’indagine difficile, viene redarguito dal capo per qualche eccesso di troppo. Al termine della ramanzina, scatta la minaccia: ti mando dietro una scrivania, dice il superiore al poliziotto. Oppure “a dirigere il traffico”. Vale anche per il reporter d'assalto, sempre nei film, strigliato dal caporedattore: ti tolgo da questa inchiesta e ti metto alla rubrica delle notizie “brevi”.

Insomma c’è la fenomenologia della scrivania come binario morto di una carriera che invece si dovrebbe vivere sul campo, al centro dell'azione, nel cuore dei problemi e delle soluzioni. La realtà è diversa (e questo articolo, scritto da una scrivania, deve pur sottolinearlo) ma è vero che esistono uomini che vivono la propria professione dentro il battito dei fatti, affidando le proprie azioni alla parola magica, operatività, che esige tempi stretti e decisioni giuste. Amano le opzioni di scelta serrata. Non voglio medaglie, mi basta un pezzo di mare, ripete da tempo Gregorio De Falco a chi gli sta vicino. Un pezzo di mare per essere operativo.

La storia della scrivania data a De Falco, e del pezzo di mare tolto, viene da lontano, questo è certo. Non sembra un’impennata improvvisa da parte dei vertici militari, né un'altrettanto improvvisa reazione da parte del capitano di fregata più famoso d'Italia. Ha radici e retroscena consolidati per anni in un rapporto che, ora, emerge finalmente come difficile e teso. È una storia complessa. Nasce in un contesto chiuso, ma poi, giocoforza, irresistibilmente, si slarga in altri confini, approdando sui media e in futuro forse anche nelle aule di tribunale. “Limite invalicabile”, c'è scritto sui cartelli delle aree militari; ma ormai esistono limiti che neppure il filo spinato e le torrette sono capaci di tenere.

Così, questa vicenda mostra due facce del mondo militare: egualmente forti, ma espresse in modo molto diverso.

La prima faccia è quella dell'omologazione; tutti i soldati sono uguali, tutti devono eseguire un ordine. L'autorità che si impone, indifferenziata e certa, che per sua stessa costituzione non considera le sfumature e i distinguo. «In un anno firmo 500 provvedimenti del genere; io stesso nella mia carriera ho cambiato una decina di incarichi», dice l'ammiraglio che è a capo dell'ufficio trasferimenti del comando generale; insomma per il sistema militare gli ordini sono ordini e non si articolano, non si colorano. È l'idea stessa di non fare eccezioni, di non considerare la specialità della storia o della carriera dell'uomo della telefonata a Schettino. Che poi, in realtà, quella telefonata è famosa ma purtroppo espresse solo un’intimazione non ascoltata: a bordo, l'altro, non ci risalì. Però quella notte i meriti di De Falco furono enormi, soprattutto nell'intuizione di cosa stava accadendo al Giglio, della gravità e della portata di quel naufragio. Gerarchia e autorità e ordini: anche a dispetto del rilievo mediatico, che spaventa tutti, oggi, ma stavolta sembra non aver recitato una ruolo da deterrente. Era evidente che mandare De Falco “dietro la scrivania” (o la lavagna?) avrebbe potuto innescare commenti, reazioni e incomprensioni, ma l'esigenza dell'autorità ha vinto su tutto.

Però è “militare” anche la premialità. Ecco la seconda faccia. È militare dare la medaglia, riconoscere il merito speciale, farsene un vanto. È militare sottolineare un comportamento valoroso e staccare un individuo dagli altri, per farne un simbolo positivo; ma questa volta non è accaduto. Sono stati militari in una cosa (l'ordine) ma non nell'altra (il premio). Forse perché in questo mondo veloce, dove il giudizio, come dicono i sociologi, è divenuto orizzontale, il gesto valoroso era stato premiato e applaudito dall'opinione pubblica, planetaria, prima ancora che dai vertici delle capitanerie. Scavalcati in qualche modo dalla medaglia data dalla gente, non hanno dato riconoscimenti. Non a caso, sembra che tra le amarezze più pungenti provate da De Falco ci siano un paio di buste mai arrivate a casa: gli inviti mancati per le cerimonie di riconoscimenti, al Giglio e alla Capitaneria di Livorno stessa.

Quella busta non recapitata, quella sedia non riservata, come icone di qualcosa che è mancato, per sbaglio o per scelta, a torto o a ragione. E lì, in quegli incroci invisibili, una serie di uomini di mare hanno cominciato a prendere rotte diverse.

@fbrancoli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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