giustizia lumaca»LA SENTENZA
LIVORNO. Il raggiro milionario si chiude senza colpevoli (o quasi). E le decine di vittime della truffa rischiano ora di restare senza Giustizia e - beffa oltre al danno - con un conto aperto e...
LIVORNO. Il raggiro milionario si chiude senza colpevoli (o quasi). E le decine di vittime della truffa rischiano ora di restare senza Giustizia e - beffa oltre al danno - con un conto aperto e spesso salatissimo, con l’Agenzia delle Entrate che da anni chiede loro di saldare cartelle esattoriali da centinaia di migliaia di euro di cui non sarebbero direttamente responsabili.
Colpa - dicono al termine della lettura del dispositivo che ha prosciolto la presunta cricca i legali delle parti civili - di una giustizia lumaca che ha fatto sì che la maggior parte dei 68 capi d’imputazione contestati alla Donato Filippi e company si prescrivessero.
In particolare, il colpo di grazia all’inchiesta aperta nel 2006 dopo le prime denunce, lo avrebbe inflitto il ritorno del fascicolo (siamo a metà 2013) alla Procura di Livorno, dopo che la stessa, due anni prima, aveva inviato a Genova i 19 faldoni d’indagine perché tra le parti offese figuravano anche magistrati livornesi.
Così alla fine dell’udienza preliminare che si è svolta ieri mattina davanti al giudice Antonio Pirato ad esultare sono gli avvocati degli indagati e Claudio Calvi, il ragioniere presente in aula e rimasto invischiato nell’inchiesta.
«Per la gran parte dei capi d’imputazione - spiega il suo legale, l’avvocato Danilo Adoncecchi - i reato sono stati dichiarati istinti per intervenuta prescrizione, ma quello che teniamo a sottolineare è che per i cinque capi d’imputazione rimanenti è stato assolto nel merito perché il fatto non costituisce reato. Questo dimostra che anche gli per gli altri capi, identici nella sostanza ma compiuti in tempi diversi, il giudice sarebbe arrivato alla stessa conclusione di merito».
Le accuse
Al centro dei 68 capi d’imputazione contestati dal pubblico ministero Gianfranco Petralia c’era Donato Filippi, soprannominato “il mago della truffa”. Nato a Pisa ma residente a Livorno, due lauree, una in Economia e commercio e l’altra in Giurisprudenza, avrebbe messo in atto un mega raggiro molto articolato. Truffa, false dichiarazioni, uso di timbri di tribunali, false fatturazioni. Reati che si dividevano in due tipi: da una parte un lungo elenco di frodi al fine di ottenere rimborsi, e dall'altro la serie di false sentenze e dichiarazioni.
Filippi, che avrebbe agito in concorso con gli altri indagati tra i quali ragionieri ed esperti di contabilità, avrebbe costituito una sessantina di associazione usando le identità di persone ignare. Con l’obiettivo di creare un soggetto fiscale tramite cui presentare finte dichiarazione per avere poi i rimborsi Iva per gli anni che vanno dal 2003 al 2005.
Il movente
Se da un lato il movente era quello di fare cassa attraverso i rimborsi dell’Iva, durante l’indagine è emerso un aspetto inquietante che avrebbe spinto Filippi ad agire: la vendetta nei confronti delle persone che in qualche modo lo ostacolavano.
Ha raccontato una delle vittime agli inquirenti. «Noi eravamo i vicini di casa di Donato Filippi e con lui avevamo avuto una causa civile».
A questo punto sarebbe partita la vendetta che nel dettaglio spiega il legale delle famiglia, l’avvocato Carmen Licata. «Nel nucleo familiare l’unico ad avere un reddito era il marito, che regolarmente presentava la dichiarazione dei redditi, mentre la moglie è una casalinga e all’epoca i due figli andavano all’università». Secondo la ricostruzione della Procura Filippi, sfruttando le proprie conoscenze procedurali, avrebbe compilato la dichiarazione dei redditi degli altri tre membri della famiglia e l’avrebbe depositate alle Poste, dove «non è necessario identificarsi». All’interno era indicato un reddito da lavoro autonomo. Così quando l’Agenzia delle Entrate ha ricevuto il plico, come da procedura, lo ha sommato al reddito della famiglia chiedendo di pagare l’Irpef sulla nuova somma dichiarata.
La condanna
All’ultima udienza del giugno scorso sia Calvi che Filippi hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato, due gli anni che per entrambi erano stati chiesti dal pubblico ministero.
Ieri alle 13,30, dopo oltre tre ore di camera di consiglio il giudice per l’udienza preliminare ha condannato a 2 anni e 6 mesi Filippi per l’ultimo capo d’imputazione oltre a un risarcimento danni di 1500 euro. Quello che lo vedeva indagato perché - si legge - «al mero scopo di arrecare danno ad Adelia Soloperto, funzionaria dell’Agenzia delle Entrate e Mario Di Stefano, direttore della segreteria della Commissione tributaria per la sede di Livorno, nonché marito del giudice Elsa Iadaresta, faceva emettere dall’istituto bancario di San Marino sei assegni circolari da 2mila euro, aventi come beneficiaria la signora Soloperto e 3 assegni di 5mila euro per Di Stefano e successivamente girati (falsificando le firme) a ignari commercianti di oggetti di antiquariato che poi li incassavano». Secondo gli investigatori l’obiettivo sarebbe stato quello di far passare quel denaro come la prova della concussione dei pubblici ufficiali.
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