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Livorno

Il “Lungomai” di Lenzi vince il premio speciale della Satira politica

di Luciano Donzella
Il “Lungomai” di Lenzi vince il premio speciale della Satira politica

La consegna del riconoscimento all’autore livornese a Forte dei Marmi. «Livorno sabota sé stessa, è per questo che va raccontata fuori dalla città»

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FORTE DEI MARMI. C'erano i maestri della satira italiana e internazionale e tanti personaggi del mondo dello spettacolo, da Carlo Freccero a Virginia Raffaele. E c'era lui, Simone Lenzi, eclettico artista livornese con l'anima divisa in due fra il sound dei Virginiana Miller e le parole dei suoi libri di successo. Alla Capannina di Forte dei Marmi Lenzi si è presentato davanti alla giuria (Roberto Bernabò, Bruno Manfellotto, Massimo Gramellini, Serena Dandini, Filippo Ceccarelli, Pasquale Chessa, Pino Corrias, Beppe Cottafavi, Giovanni Nardi, Cinza Bibolotti, Franco A. Calotti) che gli ha attribuito il premio speciale "Città della satira 2014" nell'ambito dell'edizione numero 42 del Premio Forte dei Marmi di Satira politica.

Al mattino, la lettura della motivazione: «Le piccole storie della quotidianità sono la materia che predilige per spezzare le catene dei luoghi comuni e smontare le autorappresentazioni compiaciute e ruffiane di singoli e comunità. Con “Lungomai” ha costruito una Lonely planet antropologica della sua Livorno, ritratto liberato di un popolo che ha nello spreco la misura esistenziale. Saltate quelle catene finalmente anche nella sua vita, Simone Lenzi, raffinato con le note come con le parole, ha così trasformato una fotografia apparentemente locale in un ritratto profondamente italico. E oggi continua a perseguire la via delle storie minori per guardarci dentro. Con spirito beffardo».

Poi nel tardo pomeriggio la consegna dei premi, un happening condotto da Serena Dandini.

Poi di fronte alla curiosità dei giurati sulla "livornesità" raccontata nel libro “Sul lungomai di Livorno” (e nella rubrica “Lungomai” sul Tirreno), la prima bordata: «A Livorno - spiega - si convive con l'autosabotaggio, c'è una retorica diffusa in città per cui qualunque cosa tu provi a fare poi alla fine non ce la fai a farla fino in fondo. Mettiamo che provi a dipingere, trovi sempre qualcuno che ti dice “De', e devi esse Van Gogh”, se suoni qualche strumento “Vai, è arrivato Beethoven”, il problema è che questa voce alla fine la interiorizzi, diventa tua, e qualunque cosa tu stia facendo la senti. Ad esempio io mi sono messo a scrivere, e subito ho sentito la voce, “… e devi esse Manzoni”. Mi sono detto lo so, non sono Manzoni, comunque ci provo. Ecco, questo è l'autosabotafggio livornese». «Che si è manifestato con l'elezione dell'ultimo sindaco», dicono in giuria. «Beh, qualcuno ha anche detto che ho contribuito…», replica lo scrittore.

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