Il Tirreno

Livorno

Ma la nostra vita non è una linea retta

Simone Lenzi

3 MINUTI DI LETTURA





Come quel romanzo di Dumas, "Vent’anni dopo". Ma a contare meglio, sono molti di più: trentacinque. Trentacinque anni dopo, insomma, mi arriva su Facebook una richiesta di amicizia da parte di una donna con un nome che mi è familiare: Maria Antonietta F.

Accetto l’amicizia e le scrivo immediatamente in privato: "Maestra?". Mi risponde con un messaggio tenerissimo e ironico. Allora le dico che mi piacerebbe andare a trovarla. "Vieni pure cucciolo", mi risponde. "Guarda che sono un cucciolo da cento chili" replico. "Ti preparo la merenda" conclude lei. E, insomma, per farla breve oggi sono stato in gita a Piombino, a trovare la mia maestra delle elementari. Ma un po’ perché non amo guidare, un po’ perché avevo paura di quel magone che ti prende quando il tempo ti sbatte in faccia la verità del suo passare, avevo chiesto a Francesco Bruni se aveva voglia di farsi questa girata con me. Essendo sprovvisti di navigatore, arrivati a Piombino, abbiamo chiesto a un passante che ci indicasse la strada. Siamo passati davanti al cimitero, che a Piombino si affaccia su una vista meravigliosa di mare e isole, e poi abbiamo preso una stradina in salita, fino ad arrivare sulla cima di una collina dalla quale si domina l’arcipelago e l’Italsider (che per me si chiama ancora così). "Ma io qui ci sono già stato - ha detto il Bruni, accostando la macchina sul ciglio della strada -… io queste strade le conosco…". Non ci poteva credere: era la casa dove avevano girato la scena del suicidio dell’operaio, ne "La bella vita", il film di Paolo Virzì che Francesco aveva sceneggiato con lui e che gli era valso la sua prima nomination ai David di Donatello. Allora, prima di suonare il campanello, ci siamo seduti sul muretto, a guardare il mare e a fumarci una sigaretta. "Ti avverto Bruni - gli ho detto - può darsi anche che poi mi metta a piangere". "Fai pure" mi ha risposto.

Invece siamo entrati, ho abbracciato la mia maestra per almeno cinque minuti, e poi ci siamo messi a chiacchierare, come se ci fossimo visti tutti la sera prima. Di viaggi, di gatti e di cani, di letteratura, di un inedito di Calvino, di Paolo Spriano e della Storia del Partito Comunista. Poi la maestra ha detto: "via, bimbi, ora dovete fare merenda", e ci ha offerto i tramezzini che aveva preparato per noi. Non ho pianto per niente. Invece ho riso parecchio, anche perché la maestra aveva gli stessi identici occhi vivi che aveva trentacinque anni fa. Così, con il Bruni che a un certo punto se ne è uscito a rivedere il giardino dove avevano girato quella scena toccante, con la maestra che mi invitava a fumare tranquillamente in salotto (forse persino un po’ felice che l’avessi emulata anche in quel viziaccio a cui non aveva mai rinunciato), mi sono messo a pensare che la vita non è una linea retta che va da A a B. No, somiglia piuttosto a quei cerchi concentrici che fanno i sassi gettati nello stagno. Cerchi che si allargano, abbracciando però ogni volta l’origine. Che si allargano sempre di più, fino a coincidere con la specchio dello stagno stesso. Poi, finalmente, di nuovo calmo.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il presidio

Peccioli, scatta la protesta contro l’ossicombustore: «Non siamo la discarica della Toscana»