Il turismo si perde in un bicchier d’acqua
In questa città, dietro la macchina del caffè di un bar, e non dico di quale locale si tratta, campeggia la scritta esemplare di tutto un mondo sbagliato: «L’acqua si paga».
Quel che colpisce, di questa scritta, non è tanto il fatto che il barista ci tenga a dirti che vuole venti centesimi per un bicchier d’acqua, perché basterebbe semplicemente che te li chiedesse dopo che hai bevuto e nessuno ci troverebbe niente da ridire. No, è il sottotesto.
Sono cioè le parole implicite, il non detto, il pensiero stesso che ha portato il barista a mettere il cartello, quel che conta davvero. E che, tradotto, suona così: "Io già mi rompo le scatole ad alzarmi alle sei per aprire questo maledetto bar e tu, stramaledetto scocciatore, vorresti anche che ti dissetassi gratis?".
Ecco, io credo che, se davvero vogliamo scoprire una vocazione nuova per questa città, dove porto e industrie non tirano più, questo mondo debba scomparire. Che debba scomparire quell’atteggiamento per cui, a volte, sembra che i commercianti livornesi siano lì per farti un favore. Non mi sfugge certo il fatto che, come ogni generalizzazione, anche questa sia ingiusta e parziale. Non mi sfugge che ci siano numerose e significative eccezioni d’eccellenza. Voglio solo dire che un certo modo di intendere lo stare al pubblico, fuori del contesto cittadino, risulta incomprensibile e che, se vogliamo rivolgerci a una clientela più ampia di quella autoctona, dovremmo imparare un po’ dagli altri.
Imparare ad esempio che ogni cliente è importante, perché è dalla bocca di tutti e di ciascuno che può nascere la fama di un esercizio commerciale e, nel complesso, quella di un’intera città. Ho visto commesse di boutique di lusso, a Livorno, rispondere alle domande con uno sdegno che neanche la Regina di Inghilterra. Ho visto tabaccai farti aspettare quindici minuti perché avevano da finire una telefonata nella quale continuavano a lamentarsi: "dè, ciò gente..".
Come se poi non fosse questa ’gente’, pazientemente in attesa che sbrigassero gli affaracci loro, a permettergli di pagare la bolletta del telefono a fine mese. Così, facendo l’autostrada, mi sono spesso stupito del fatto che, a Massarosa, ci fosse un’esposizione di arredi da giardino grande come Disneyland.
E alla fine, una volta, ci sono entrato, e ho capito perché. Mi hanno fatto sedere su un divano, scusandosi perché tutti i venditori erano momentaneamente occupati. Nell’attesa, mi hanno chiesto se mi andava un caffè. "Grazie.. ma volevo solo dare un’occhiata.." "Si figuri… - mi è stato risposto - ma dopo un bel caffè ci si vede meglio, no?" Poi, quando è stato il mio turno, mi hanno fatto sentire esattamente come se tutta quella Disneyland fosse stata messa su apposta per me, come se insomma mi stessero aspettando da tutta la vita. E allora ho comprato un tavolo da giardino. Ma non uno qualunque.
No, ho comprato il MIO tavolo da giardino. Quello cioè che mi aspettava da sempre perché potessi gustarmi la colazione all’aperto, nelle mattine d’estate. Credo così che a Massarosa facciano molti più soldi col commercio di quanti non ne farà mai il nostro barista scostante.
Credo anche che a Massarosa andranno in pensione molto prima di lui.
Credo infine che tutto questo sia possibile, a Massarosa, perché a Massarosa nessuno ha mai pensato di scrivere "il caffè si paga" sopra il bancone. O no?
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google