Cento milioni di perdita per l’Eni di Livorno e i dipendenti tremano
I conti e la nuova politica aziendale risucchiano Livorno nel vortice della chiusura e spunta il rischio della trasformazione in deposito. Il presidente della Provincia Kutufà torna in campo: «Ci batteremo come 5 anni fa contro gli americani». Incontro tra Simoncini (Regione), Bacci, Ruggeri e sindacati
Ieri, proprio mentre 30mila dipendenti dell'Eni scioperavano contro il piano di dismissione delle raffinerie italiane annunciato dalla società, l'ufficio ricerche e studi di Mediobanca rivelava che quella del cane a sei zampe è stata l'impresa italiana che ha accumulato più utili negli ultimi cinque anni, un tesoro di 30 miliardi e mezzo di euro prodotto tra 2009 e 2013, che ha fatto la gioia degli azionisti, stato italiano in primis.
Ma la stridente contraddizione non basterà da sola per accendere la luce nel tunnel della crisi del settore raffinazione, a meno che alla fine la politica, cioè l'esecutivo - che di Eni è il primo azionista - non imponga alla società di rispettare gli impegni presi finora, come ancora ieri ha ribadito e auspicato Susanna Camusso, numero uno della Cgil: lo Stato estenda il proprio ruolo d'azionista per difendere l'occupazione e investire in piani industriali ed energetici incentrati sull'Italia.
Mai come in questo caso insomma la partita è politica ed economica allo stesso tempo, e mai come in questo caso si giocherà a Roma più che a Livorno, Gela o Porto Marghera.
Ma il fatto che proprio Livorno finora venga citata marginalmente nella lista dei tagli che al quartier generale di Eni hanno disegnato, non illuda che lo stabilimento di Stagno sia immune dal rischio chiusura. Tutt'altro.
Il perché è scritto nella vision industriale che il nuovo amministratore delegato del colosso dell'energia Claudio Descalzi si è portato nel bagaglio manageriale di una carriera scalata praticamente soltanto all'estero e culminata - prima della nomina a numero uno - nella guida della divisione exploration and production.
Sta lì, nell’esplorazione e produzione, secondo Descalzi, il futuro di Eni. Non nella raffinazione. E non lo dice soltanto lui. Lo dicono i numeri, lo dice la crisi dai connotati ormai europei della lavorazione del greggio.
Il downstream nazionale, cioè il segmento che comprende innanzitutto la raffinazione, ha registrato perdite nell'ultimo triennio per 4 miliardi di euro. Ed Eni da sola, nel 2013, ha registrato in questo segmento un rosso da 800 milioni, in cui Livorno ha recitato una parte da co-protagonista: meno 110 milioni. Che quest'anno saranno bissati.
Il segnale che arriva è chiaro: margini di guadagno sul refining, cioè sulla raffinazione, non ce ne sono più, il business ormai si fa all'estero e le attività nell'Area 4 del Mozambico, dove Eni è dal 2006 capofila in una joint venture insieme al gruppo Anadarco e un anno fa ha venduto per 3 miliardi una quota ai cinesi di China National Petroleum Corporation, ne sono solo l’ultimo e più eclatante esempio, non a caso , rilanciate una decina di giorni fa con la visita africana del premier Renzi.
E allora ecco che il rischio per le raffinerie italiane diventa concreto, tangibile, reale. E ha ragione il sindaco di Collesalvetti Lorenzo Bacci, quando dice che è il momento di essere «proattivi». E’ il momento cioè di anticipare lo tsunami, perché è vero come sottolinea «fiducioso» il primo cittadino colligiano che «Livorno non è stata messa esplicitamente sul tavolo della trattativa, né implicitamente si può dire che sia al centro della situazione», ma è anche vero come aggiunge il capogruppo Pd in consiglio comunale a Livorno Marco Ruggeri, che il tema della raffinazione «ci tiene dentro la partita», ci risucchia cioè, cinque anni dopo, nel vortice della chiusura.
Non è un caso che proprio Bacci lunedì sera si sia incontrato con Ruggeri e con l’assessore al lavoro della Regione Toscana Gianfranco Simoncini, insieme alle organizzazioni sindacali per fare un punto della situazione. E che proprio Simoncini - fissando un incontro ufficiale a Firenze per lunedì 4 agosto - abbia evidenziato come sia necessario ora «seguire con la massima attenzione quanto si sta muovendo attorno agli orientamenti nazionali sulla raffinazione da parte di Eni e valutare l'opportunità di un intervento della Regione, in accordo con le istituzioni locali, al fine di ottenere rassicurazioni sulle prospettive del polo livornese».
Ancor più diretto Giorgio Kutufà, presidente della Provincia: «Siamo pronti ad ingaggiare una battaglia dello stesso tenore di quella condotta nel 2009, quando la raffineria di Stagno sembrava destinata a passare nelle mani degli americani», annuncia.
«Non accetteremo che la società abbandoni la produzione e il territorio. La Provincia in primis si batterà con la stessa forza che ha messo cinque anni fa per dire no a Klesch o chi per lui avesse pensato di rilevare lo stabilimento di Stagno per chiuderlo», ha aggiunto il numero uno di palazzo Granducale. Che, come Bacci e Ruggeri, evidenzia un elemento: «La più grande azienda italiana, in cui lo stato ha ancora un ruolo fondamentale, non può che essere interprete di una politica industriale nel nostro Paese che veda lo stesso impegnato nel fondamentale settore della raffinazione. Non si esce dalla crisi senza rafforzare il nostro settore industriale. Lo stabilimento di Livorno dopo 70 anni di vita può ancora avere un ruolo, ma solo investendo sulla tecnologia».
E se alla fine della battaglia l’azienda dovesse andare avanti per la sua strada? Le prospettive sarebbero grigie, molto grigie, per i 450 dipendenti diretti e per gli altri 300 dell’indotto. Per questi ultimi, ancora di più, forse. Perché - a differenza di 5 anni fa - il blocco della raffinazione potrebbe portarsi dietro non tanto la chiusura dello raffineria quanto una sua trasformazione in un deposito. E’ già successo altrove in Italia negli ultimi due anni: a Cremona con la Tamoil, a Roma con la Total, a Mantova con la Ies.
E la scelta diventerebbe addirittura e paradossalmente strategica nei piani di Eni: davanti ad un blocco della raffinazione sul territorio italiano, la società si troverebbe infatti a dover importare prodotti finiti.
E così la posizione, le infrastrutture - ultima in ordine di tempo quella legata all’investimento sulle nuove condutture nel microtunnel del porto -, lo stesso collegamento con lo stabilimento di Calenzano, consiglierebbero la trasformazione del sito. Senza considerare i costi di bonifica comportati da un’eventuale ritirata da Livorno, che invece la trasformazione in deposito permetterebbe di risparmiare.
E’ chiaro che si tratta di un tema che ad oggi non esiste. Ma che le istituzioni del territorio - da Colle a Livorno, dalla Provincia alla Regione - faranno bene a tener presente nella battaglia per salvaguardare una delle ultime industrie livornesi, la stessa battaglia che oggi vede insieme le cinque raffinerie Eni italiane ma che non è detto che presto non si trasformi in una fratricida alternativa mors tua vita mea.
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