Il Tirreno

Livorno

La sposa di guerra che varcò l’oceano

di Roberto Riu
La sposa di guerra che varcò l’oceano

Nella Livorno post-bellica affollata di americani sboccia la love story fra Marisa e Gino lo yankee

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LIVORNO. «Rimasi davvero impressionata quando ad un certo punto dalla nave non si vedeva più la costa livornese, ma solo acqua e cielo dappertutto». Marisa ricorda così quei lontani momenti di sessantasette anni fa quando, era il 20 ottobre del 1947, si imbarcò con il suo Gino sulla "Usns Henry Gibbins", la turbonave americana, una ex trasporto truppe, appositamente trasformata per conto dello Us Army in una delle diverse “war brides ships” in servizio all'epoca, ovvero le navi per le spose di guerra destinate a trasportare negli Stati Uniti le giovani coppie formatesi fra i soldati yankee e le donne italiane negli ultimi mesi della guerra e dopo la Liberazione.

Marisa e Gino da allora vivono a Detroit, la capitale americana dell'automobile, ma non hanno mai dimenticato Livorno e la Toscana: ogni anno, invariabilmente, tornano trattenendosi qui per almeno un paio di settimane e di recente, presso il Circolo Ufficiali della Marina Militare, hanno partecipato alla presentazione del libro “Operazione Spose di guerra”, scritto da Silvia Cassamagnaghi. Parla della loro storia d'amore e di altre vicende simili nate in Italia (e nel resto d’Europa) fra le macerie della guerra, guardando al futuro e cercando finalmente di voltare pagina: nel 1951 ne scrisse anche Oriana Fallaci su Epoca.

«È stato il suo sguardo a farmi innamorare», rivela Marisa Petrucci Piccirilli, livornese nata in via Montebello poi vissuta a Salviano, quando ricorda i primi incontri col suo Gino, un giovanissimo soldato italo-americano, nativo di Pacentro (perciò conterraneo dei nonni della cantante Madonna), inviato in servizio a Livorno qualche mese dopo la Liberazione della nostra città.

Lei all'epoca appena quindicenne, lui nemmeno vent'anni: tanto che quando decisero di sposarsi dovettero entrambi chiedere il benestare ai rispettivi genitori, per non parlare della ossessiva burocrazia militare in tali casi. Uno dei paradossi della vita: Gino, come moltissimi altri soldati suoi coetanei, aveva l'età per uccidere o farsi accoppare, ma non si poteva sposare senza il permesso della famiglia.

Terminate le pratiche Marisa e Gino si sono sposati il 29 marzo 1947 nella chiesa dei Salesiani. Nelle foto della cerimonia vediamo lui in divisa, mentre lei indossa un abito bianco messo insieme alla meglio: «Il velo – rammenta Marisa – sembrava quello di una bimba della prima comunione invece di quello di una sposa e il vestito, bianco ed attillato, pareva quasi quello di Marilyn Monroe, perché non c'era abbastanza stoffa per farlo. E portavo i calzini bianchi, invece delle calze da donna». Passa ancora qualche mese e finalmente, come accennato in apertura, arriva il momento della partenza dal porto di Livorno che, con quello di Napoli, era il principale punto d'imbarco delle giovani coppie che andavano a farsi una nuova vita negli Stati Uniti: «Credo che la nostra – spiega Marisa – sia stata la penultima nave a partire da Livorno per quel tipo di servizio».

Le autorità militari alleate avevano intanto aperto dei corsi di formazione ed apprendimento per le spose in attesa di partenza: uno era, ad esempio, al Continental Club di Napoli ed un altro a Viareggio, presso l'Hotel Esplanade. Nel totale si calcola che, fra il 1946 ed il 1947, siano state quasi 10mila le giovani donne italiane, di tutti i ceti sociali, a varcare l'Atlantico per vivere le loro storie d'amore e di emigrazione, molte proseguite per tutta la vita, altre invece fallite fra incomprensioni e nostalgia.

Insomma, non era per niente tutto rose e fiori: durante la permanenza delle truppe alleate non sono mancate violenze sulle donne, prostituzione (largamente diffusa) ed anche aperti dissensi, talora manifestati in modo aggressivo, da parte di nostri connazionali che disapprovavano queste relazioni con gli yankee. Un risvolto assai triste è rappresentato dai bambini “sperduti”, di cui parla il libro della Cassamagnaghi: nati fuori dal matrimonio da relazioni con militari americani e per di più di colore. Ne troviamo testimonianza nella canzone napoletana “Tammurriata nera”. Basti dire che a Napoli, nel solo ospedale dell'Annunziata furono 2mila i bimbi illegittimi abbandonati. Molti di loro (detti “figli della Madonna”) furono poi adottati, ma per i “mulat- tini”, così li chiamavamo, spesso si aprirono solo le porte degli istituti restandovi per anni.

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