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Vidi la testa (falsa) di Modì nel fango e dissi: mannaggia, com’è brutta...
Giancarlo Giannini era sulla benna che passava al setaccio il fosso e sciacquava gli oggetti presi nel fosso. «Sentivamo la pressione addosso: Vera Durbè ci incoraggiava tutti i giorni, non meritava di finire così»
Fa caldo proprio come quel martedì del 24 luglio del 1984, trent'anni fa esatti, solo che adesso sulle spallette e sugli scivoli che portano sulle banchine non ci sono centinaia di livornesi in attesa della “notizia clamorosa” e neppure decine e decine di giornalisti della carta stampata e delle televisioni arrivati da ogni parte del mondo, perché la caccia alle opere di Amedeo Modigliani aveva fatto scalpore.
Insomma, siamo tornati qui, sulla banchina del Fosso, lato Mercato centrale, tra via del Fante e via Gherardi Del Testa, dalla parte opposta degli Scali degli Olandesi, in compagnia di Giancarlo Giannini, 70 anni, (omonimia con il noto attore), allora dipendente dell'amministrazione comunale, colui che fu il primo a scorgere, lavare e toccare quella che venne ritenuta immediatamente una delle sculture di Modì, che invece altro non era che una testa “scolpita” per scherzo con un trapano elettrico da tre ragazzi: Francesco Ferrucci, Piero Luridiana e Michele Ghelarducci. E fu lui, Giancarlo Giannini, a far gridare al “miracolo” anche per il ritrovamento delle successive due, che però erano state scolpite da un artista, Angelo Froglia.
VIDEO / I RAGAZZE DELLE TESTE DI MODI' SUL PALCO CON CAPAREZZA
PER LA PRIMA VOLTA
E allora da dove cominciare? «Stando qui dopo trent'anni – racconta Giannini al Tirreno per la prima volta – mi fa un certo effetto perché ripensare che dietro a quella mobilitazione e a quel lavoro di dragaggio non c'era altro che una burla continua ad amareggiarmi. Fosse stato tutto vero magari la nostra città ne avrebbe potuto trarre grande vantaggio. Un museo, quindi il richiamo di turisti, il commercio, la notorietà. Invece finì in scherzo, Livorno che passò ( e continua a passare) come una città che non pensa altro che a fare burle. Ma non è così…».
Dunque l'ex dipendente del comune fa rivivere così i giorni del ritrovamento. «Erano già sei giorni che io e i miei colleghi sotto la supervisione dell'ingegnere Caturegli lavoravamo sul pontone sul quale era stata fissata una benna. Eravamo ormeggiati proprio qui, in questo punto preciso…».
Il punto lo aveva indicato la professoressa Vera Durbé che all'epoca era responsabile dei musei civici livornesi, la quale si era fatta promotrice dell'iniziativa perché credeva nella leggenda secondo cui la Modì avesse gettato in acqua le teste scolpite assieme ad una carriola o qualcosa del genere in una sera di grande sconforto, ritenendo di non essere apprezzato nel mondo dell'arte livornese come avrebbe dovuto.
STRESS E PRESSIONE
«Il caldo era opprimente proprio come in questi giorni – ricorda Giannini – e alla fatica si aggiungeva anche lo stress perché c'era tanta attesa. Mille occhi sempre su di noi e ogni volta che la benna depositava il materiale preso dal fondo dei Fossi speravamo… E la signora Durbé che stava proprio qui, sotto un ombrellone ripeteva: “Mi raccomando, cercate perché devono esserci…”. La sua era quasi una supplica. E anche la sera prima di andarsene diceva: “Sono certa che ci sono, trovatemele…”.
«Insomma – prosegue – eravamo davvero sotto pressione. Intanto veniva su di tutto: ferri vecchi, ordigni bellici, biciclette. Però spuntò anche un carretto di legno che avrebbe potuto essere quello usato dall'artista per gettare tutto il materiale giù dal ponte e allora iniziammo a sperare…».
E IL SESTO GIORNO...
E così si arriva al sesto giorno di dragaggio. Spiega Giannini: «Appena la benna depositava il materiale sul fondo del pontone io con un tubo di gomma con acqua dolce avevo il compito di togliere lo sporco per esaminare gli oggetti ma quella volta, quando mancavano pochi minuti alle 9, vidi la pietra e sulla pietra i tratti dell'incisione e non seppi frenare un grido liberatorio che naturalmente scatenò entusiasmo».
L’ASSALTO DI TV E GIORNALI
Fu una emozione incredibile, dice Giannini: «In pochi minuti scoppiò l'inferno, il pontone fu preso d'assalto da giornalisti, fotografi, operatori tv. Poi dalla Sovrintendenza alle Belle Arti di Pisa arrivarono gli esperti perché si pensava davvero che quella testa risalisse al 1909, l'anno in cui assieme ad altre sarebbe stata gettata nel Fosso».
Giannini sbotta con sincerità: «Francamente, dopo aver sciacquato la pietra ed anche averla sollevata capii che le incisioni erano fresche, che la testa non poteva essere stata immersa nella melma da 75 anni. Inoltre vidi che era pietra serena e non quella che ci avevano detto usasse Modigliani. Eppoi sempre tre me e me pensai che un artista di quel livello non poteva scolpire in maniera così elementare. Magari il concetto lo pensai più alla livornese, diciamo: scolpire in maniera di m…»
La stessa sensazione Giannini la ebbe anche i giorni successivi quando vennero su le teste poi attribuite a Froglia. «Bianche e pulite anche queste, con la differenza, soprattutto per il terzo ritrovamento – prosegue – che l'opera era migliore».
«VERA NON SE LO MERITAVA»
Ci volle un mese affinché venisse fuori la verità. Quello dei tre studenti era uno scherzo innocente, sfuggito di mano ai ragazzi (che non potevano immaginare che sarebbero stati scambiati per Modigliani), l'altro, quello di Froglia, invece nascondeva la rabbia di un artista deluso, che non credeva nella critica. E tutto sommato mise a nudo le pecche.
«Per quanto mi riguarda _ conclude Giancarlo Giannini _ porto ancora dentro tanta delusione per i motivi che ho spiegato e soprattutto compassione nei confronti di Vera Durbé, una donna che uscì distrutta da questa vicenda perché non aveva spinto l'amministrazione a mettere in piedi l'operazione-recupero (che costò circa 40 milioni, ndr) con superficialità, ma solo dopo anni e anni di studi. No, non meritava una umiliazione così».
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