«Il viaggio non finisce qui», ecco il testamento di Alessandro Nicola
Livorno, nella tesina discussa nel giugno del 2014 le passioni e i sogni del figlio di mister Nicola
LIVORNO. Il Paleolitico era il suo periodo storico preferito, lo scrittore Bruce Chatwin un mentore, caverne e palafitte luoghi affascinanti da scoprire come le popolazioni che le abitano ancora oggi. A 14 anni Alessandro Nicola, travolto e ucciso da un bus mentre tornava a casa dei nonni in bicicletta nella provincia di Torino, si sentiva come gli uomini che studiava, un nomade fortunato. E domani sarebbe diventato un cittadino modello di questo mondo: curioso, educato, capace di parlare a tutti a bassa voce. Non a caso a settembre avrebbe iniziato a frequentare il liceo linguistico dove aveva fatto la prescrizione. Abituato fin da piccolo, a cambiare città, amici, scuola, e contesti per seguire assieme al resto della famiglia il padre Davide, professione allenatore, aveva imparato a guardare le diversità con rispetto e senza diffidenza. Una condizione di cui stava pian piano prendendo coscienza e invece di farsene un cruccio, l’aveva interiorizzata e valorizzata.
Così tra il settembre 2012 e il giugno scorso, durante la sua permanenza a Livorno si era comportato come un viaggiatore che non sa quanto lungo sarà il suo soggiorno, ma intanto cerca di prendere il meglio ogni giorno che passa. «Quando suo padre lo portò per la prima volta a scuola - racconta la professoressa Anna Catastini, sua insegnante di Lettere - ebbi subito l’impressione di avere davanti un ragazzino adorabile: educato, corretto e con un alto senso del rispetto. Immagini una personalità simile nel contesto chiassoso e molto energetico dei suoi coetanei livornese. Invece la vera scoperta è stata quella di vederlo ogni giorno integrarsi sempre di più». Ecco perché Alessandro aveva scelto proprio il nomadismo come argomento della tesina discussa il mese scorso per l’esame di terza media alle scuole Micali di Montenero che ha brillantemente superato con la media dell’8.
Scrive “Ale” nell’introduzione delle sedici pagine rilegate con una copertina azzurra e consegnate alla professoressa che ne ha seguito la stesura: «Ho scelto questo argomento che fa parte della mia vita fin da piccolo perché, con il lavoro di mio padre sono costretto a spostarmi in contesti nuovi e diversi che non conosco e, come succede per i nomadi, devo adeguarmi velocemente all’ambiente che mi circonda». Per capire la sua condizione di adolescente di oggi, si è immerso nella vita di chi per necessità o scelta è stato costretto in passato a migrare per cercare una casa a tempo determinato per poi fare i bagagli e ripartire. «È come, se cercando le mie origini - commenta - avessi trovato l’origine di tutta la società».
Il suo viaggio inizia dal Paleolitico, «un perfetto esempio di come gli uomini vivessero seguendo i propri istinti e in armonia con l’ambiente naturale. Queste tribù - va avanti - non conoscevano guerre, povertà, potere, sottomissione o corruzione, e i suoi membri morivano con tutti i denti sani e senza traccia di malattie infettive». C’è un velo di malinconia quando chiudendo il paragrafo spiega: «Col tempo la civiltà ha sterminato e inglobato la maggior parte delle nostre culture ancenstrali, ma la libertà e la fierezza delle popolazioni nomadi sono ancora oggi davanti ai nostri occhi, pronte a ricordarci quale sia la nostra vera natura».
È andando alla ricerca dei suoi simili sparsi per il pianeta che il suo viaggio di studente ha preso il volo: «L’uomo sta ridiventando viaggiatore, in questa età della globalizzazione. Oggi più di 500 milioni di persone possono essere considerate nomadi del lavoro o della politica: gli immigrati, i rifugiati, gli espatriati, i senza fissa dimora, i migranti di ogni sorta. Più di un miliardo di persone viaggia ogni anno per piacere e obbligo. Poi ci sono i virtuali, quelli che navigano nel mondo della rete, che disegnano viaggi senza spazio». Tra gli esempi di nomadi odierni cita i Boscimani, il gruppo etnico più antico dell’Africa, i Nenets della pianura siberiana, la popolazione sull’altopiano del Pamir, tra la Cina e il Pakistan, i beduini del deserto, i nomadi del Kenya e della Nuova Guinea. Esempi che evidentmente lo affascinavano. Come le case che abitano: palafitte, caverne, igloo e capanne.
«Per Chatwin il nomade - è la sua riflessione - è un uomo di fede, che medita in solitudine, che conosce l’importanza della musica, che ama la danza. Nessuna meraviglia, dunque, se una generazione protetta dal freddo, grazie al riscaldamento, da una casa identica all’altra senta il bisogno di viaggi mentali e fisici». Il viaggio di Alessandro è finito a pochi metri da casa, per un incidente maledetto. Così il suo sogno resterà prigioniero dentro alle considerazioni finali. «Questa tesina mi ha aiutato a capire l’origine della mia società e quello che mi piacerebbe diventare, perché non è semplice sapere che posto occupare nella società, ma mi impegnerò a trovare il mio. Non vedo l’ora - conclude facendo venire il nodo alla gola - di cominciare una nuova avventura al liceo linguistico, imparando nuove lingue ed essere, quindi, pronto per qualsiasi spostamento, perché il mio viaggio non finisce qui...».
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