Il presidio
Addio al limoncello e alle sigarette finte
...
Avevo provato anch’io a passare dalle vecchie, terribili sigarette tradizionali a quelle elettroniche. Mi ero comprato pure le ricariche ai gusti più diversi.
Anch’io a passare dalle vecchie, terribili sigarette tradizionali a quelle elettroniche. Mi ero comprato pure le ricariche ai gusti più diversi. Potevo farmi fumacchi che sapevano di cioccolato e di caffè, di vaniglia, di banana, di liquirizia, di menta.
Ma la verità è che alla fine ho capito che non volevo fumarmi né caffè né banane. Volevo solo fumarmi una sigaretta, di quelle che le accendi, bruciano, fanno fumo e sai pure che ti fanno male da morire. Ma le fumi lo stesso. Così, dopo una settimana, ho lasciato perdere.
Nel giro di due anni, del resto, i rivenditori di sigarette elettroniche e accessori sono spuntati ovunque come funghi, ma hanno chiuso poi uno dopo l’altro. Non tutti, certo, ma la maggior parte. Troppa offerta forse. O forse in molti hanno fatto come me, e sono tornati alla vecchia cara schifezza di prima.
Così, insomma, il mercato delle sigarette elettroniche pare sia crollato. Mi chiedo in quanti, fra quelli che si erano buttati in questo nuovo affare, abbiano visto evaporare il loro piccolo capitale.
Non ho dati in merito, ma questa cosa me ne ha fatta comunque venire in mente un’altra. Era l’estate del 2000, il famoso millennium bug che, a detta di alcuni, avrebbe messo in ginocchio il pianeta, non aveva fatto alcun danno di riguardo, e insomma eravamo esattamente gli stessi del millennio precedente e ci godevamo il caldo di luglio. O, almeno, così ci pareva a tutti.
A tutti tranne che a quel rappresentante che incontrai in un bar dalle parti di Albinia, sull’Aurelia verso Roma. Era vestito con la divisa tipica del rappresentante di quegli anni: le scarpe a punta, la giacca color salmone, una cintura importante, un rigo di barba finemente scolpito.
Si era seduto al tavolo fuori, per controllare il foglio degli ordini, e scuoteva la testa. «È finita», disse guardandomi. Gli chiesi che cosa fosse finita.
«L’epoca del limoncello… - mi disse - è finita, è inutile». Capii che aveva ragione. Era finita l’epoca in cui tutti cercavano di rifilarti il limoncello a fine cena. L’epoca cioè in cui pizzaioli e osti di tutta la penisola ci tenevano così tanto che tu lo bevessi che neanche te lo facevano pagare: «Posso offrirvi un limoncello?» ti chiedevano sempre mentre pagavi il conto.
Si sarebbe bevuto ancora, certo, ma la golden age del limone spiritato era passata per sempre. «Ci riprovano, con il mandarino, con il cedro… ma è inutile, quando è finita è finita», concluse il rappresentante.
Così, in quell’assolata e deserta radura sull’Aurelia, meta di camionisti e stradini, e di qualche villeggiante, avevo incontrato lo spirito del tempo in giacca salmone, che mi aveva parlato brevemente, prima di ripartire, affranto, su una Audi in leasing. Mi chiedo oggi che fine abbia fatto. Sicuramente avrà buttato la giacca salmone. Spero comunque che si sia ripreso, che abbia trovato un altro buon prodotto da piazzare sul mercato. Spero insomma che il rappresentante di Albinia non si sia rovinato nel business delle sigarette elettroniche.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google